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I modelli complessi

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A partire dagli anni ’80 nella mondo scientifico si comincia a manifestare un nuovo modo di pensare che è funzionale ad indagare nuovi ambiti scientifici. Gli studiosi si concentrano sulle scienze della vita, come la biologia, la genetica, la psicologia evoluzionistica.

Sono scienze che non possono essere indagate con i metodi delle cosiddette hard sciences (in primis, fisica e chimica). Anche in genetica c’è bisogno di un nuovo modo di pensare per affrontare lo studio del genoma, poiché si deve guardare non solo ai componenti singoli del DNA, ma anche alla loro organizzazione, alle retroazioni, alle proprietà emergenti, alle configurazioni che cambiano ad ogni livello osservato.

Si realizzano dunque numerosissimi studi sulla complessità, che spaziano dalla biologia, all’economia, dall’ecologia alla neurologia, applicando quindi ad un vasto campo del sapere questa nuova visione.

Anche gli studiosi nel campo della sicurezza hanno recepito questa impostazione e con l’approccio della Resilience Engineering cambia di nuovo il modo in cui si concettualizzano gli incidenti. Essi non sono provocati da errori, intesi come deviazione dalla norma, ma si considera il sistema come formato da elementi che continuamente derogano dalle norme.

Uno studioso come Dekker, sintetizza bene con uno slogan, la dinamica dell’incidente in un’organizzazione complessa, come può essere considerata l’aviazione commerciale moderna, in cui interagiscono uomini, tecnologia ed ambiente: “Normal people, doing normal job in a normal organization”, persone normali che svolgono un lavoro normale in una organizzazione normale.

In realtà, nessuno sbaglia consapevolmente, ma vi è una concordanza di eventi che entrano in risonanza tra loro, portando il sistema fuori equilibrio. Ogni singolo step non potrebbe causare l’incidente da solo, ma entrando in risonanza con altri eventi, anch’essi di per sé insignificanti, amplifica gli effetti, fino a rendere il sistema incontrollabile. Si raggiunge così il cosiddetto flashing point, in cui sono pronte tutte le condizioni per innescare un incidente... che potrebbe anche non accadere.

La Resilience Engineering, che insieme alla NAT (Normal Accident Theory) e alla HRT (High Reliable Theory) è uno dei modelli complessi di indagine si concentra proprio sui segnali deboli del sistema, quelli che portano regolarmente il sistema a raggiungere tale flashing point, ma che per un motivo o per l’altro non sfocia in nulla di grave. Vi è la consapevolezza che è il sistema deve essere necessariamente flessibile ed al tempo stesso robusto, in modo da affrontare le situazioni impreviste adattandosi a configurazioni non programmate.

Questa flessibilità la può dare soltanto l’elemento umano, che, pur essendo considerato una minaccia da alcune concezioni ingegneristiche, può attuare delle strategie per affrontare la novità con successo.

La macchina può eseguire perfettamente un programma, ma la realtà è infinitamente più complessa, più imprevedibile di qualsiasi capacità predittiva del programmatore.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(22 ottobre 2011)

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