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Gli ordini in inglese

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Anche se a bordo i piloti parlano tra di loro, nella maggior parte dei casi, nella loro lingua madre, gli ordini relativi al volo si danno in inglese, e non è una moda o un capriccio anglofono, e nemmeno la piatta e acritica applicazione di uno standard.

Si tratta in realtà di un modo di evitare pericolosi equivoci (misunderstanding): dare l’ordine in inglese, rispondere in inglese per verificare che chi deve eseguire l’ordine abbia capito esattamente l’intenzione del comandante, verificare che ci siano le condizioni per effettuare la manovra (per esempio, non estrarre il carrello se la velocità è troppo alta), effettuare quanto richiesto dall’ordine, e una volta che la configurazione desiderata è stata raggiunta dichiarare questo raggiungimento.

Tipica sequenza: il comandante ordina: “Gear down”; il copilota risponde: “Gear down”, poi controlla che la velocità sia inferiore a quella massima per effettuare la manovra e, in caso affermativo, aziona la leva del carrello. Quando gli strumenti di bordo gli confermano che il carrello è completamente estratto, conferma: “Gear down”.

Sembrerebbe uno stratagemma inventato da piloti per interagire con altri piloti, ma se scaviamo un pochino vediamo che questi concetti sono pane quotidiano anche nell’ermeneutica, cioè l’arte dell’interpretazione, di cui Hans Gorge Gadamer è stato un maestro del Novecento.

Sentiamo cosa dice nel suo capolavoro Verità e Metodo:
“Prendiamo l’esempio della comprensione di un comando. Un comando c’è solo dove c’è qualcuno che deve eseguirlo. La comprensione è dunque inserita qui in un rapporto tra persone, una delle quali ha da comandare. Comprendere il comando significa applicarlo alla concreta situazione alla quale si riferisce. Vero che talvolta si fa ripetere l’ordine per controllare che sia stato capito bene, ma ciò non cambia nulla al fatto che il vero senso dell’ordine si determina solo nella concretezza della sua adeguata esecuzione. Per questa ragione esiste anche un esplicito rifiuto di obbedienza, che non è semplicemente disobbedienza, e che trova la sua legittimazione nel senso del comando e della sua concretizzazione, che è lasciata alla decisione del singolo. Colui che rifiuta l’obbedienza ad un ordine lo ha capito, e proprio perché lo applica alla concreta situazione e sa che cosa significherebbe, in essa, obbedirvi, si rifiuta. È chiaro che la comprensione si misura in base a un criterio che non risiede né nella lettera del comando, né nella vera intenzione di chi comanda, ma solo nella comprensione della situazione e nella responsabilità di colui che obbedisce… (omissis) ...è una furbizia classica quella di eseguire gli ordini in modo da conformarsi alla lettera di essi, ma non al loro senso vero. Non c’è dubbio, dunque, che il destinatario di un comando deve operare una comprensione creativa del senso di esso.”

Questa spiegazione è talmente convincente che l’ho utilizzata spesso durante l’addestramento dei piloti. Funziona abbastanza bene.

Quando ho provato invece ad applicarla dentro casa, con i miei figli, ne è scaturito un fallimento totale.

Eh sì, è proprio vero che Nemo propheta in patria.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(26 ottobre 2011)

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