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Briefing

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Anche se il prestigioso dizionario Merriam-Webster ne attesta l'introduzione in lingua intorno ai primi decenni del 1900, il termine briefing viene da lontano, addirittura dal latino, e più precisamente dall'aggettivo brevis, che significa corto, breve.

Già dal 1600 esisteva il sostantivo brief (in italiano, “breve”), che indicava un atto dell'autorità, molto spesso religiosa, meno solenne della “bolla”. Meno solenne, e quindi anche più conciso, più semplice, più schematico, più corto... breve, appunto. Di qui il termine passò nel linguaggio giuridico e, verso la fine del 1800, in quello tecnico: to instruct by a brief, fornire informazioni succinte..

Per assistere alla nascita del verbo to brief (nel senso di impartire una rapida istruzione tecnica) bisogna arrivare al 1910, come già accennato, ma il participio presente briefing, usato come sostantivo a sé stante, si diffonderà principalmente durante la Seconda Guerra Mondiale.

E' di quel periodo infatti l'adozione della nostra parola per definire le riunioni di piloti, principalmente alleati anglo-americani, che precedevano le missioni difensive dei caccia sul cielo dell'Inghilterra, o i raid di bombardieri sulla Germania nazista, con relativa scorta di aerei da caccia..

Notiziari, documentari, film, e perfino fumetti (l'indimenticabile Collana Eroica) hanno diffuso il termine in tutto il mondo. La netta preponderanza dell'industria aeronautica americana nei primi anni del secondo dopoguerra ha poi contribuito all'affermazione del nostro briefing in quasi tutte le lingue del mondo.

Infatti, benché in ogni lingua ne esista almeno una traduzione efficace, dai lontani anni '50 tutti i piloti commerciali (almeno in quello che una volta era definito “mondo occidentale”) continuano a “fare il briefing”.

Cosa succedeva in quelle riunioni (spesso condotte in hangar) della Seconda Guerra Mondiale? Il comandante di gruppo dava istruzioni tecniche sull'obbiettivo e i modi di raggiungerlo, forniva indicazioni sulle forze nemiche e assegnava i ruoli ai singoli piloti, mentre un meteorologo aggiornava gli equipaggi sulle condizioni del tempo e il responsabile della manutenzione faceva il punto sulla situazione dei mezzi impiegati.

E questo è, mutatis mutandis, quello che succede ancor oggi negli aeroporti, prima di un volo o di una serie di voli.

Il flight dispatch (figura tecnica riconosciuta dalle regolamentazioni internazionali) mette a disposizione dei piloti una rotta precalcolata, i dati di carico dell'aereo, la documentazione meteo e la raccolta dei NOTAM riguardanti la rotta, e da loro raccoglie le istruzioni per il rifornimento dell'aereo.

Contemporaneamente, in una stanza denominata “aula briefing”, il Senior Cabin Crew Member (SCCM, l'assistente di volo anziano, una sorta di “comandante” di steward e hostess) procede al cosiddetto briefing commerciale, illustrando tipo, quantità e qualità dei servizi che saranno erogati, ed eventuali caratteristiche peculiari del volo in oggetto.

Poi, con tutto l'equipaggio presente, si passa al briefing di sicurezza, dove il comandante mette tutto l'equipaggio al corrente delle particolarità operative del volo e il SCCM provvede a distribuire agli assistenti di volo postazioni e incarichi in caso di emergenza. Questo momento “collettivo” assume anche il valore di formalizzazione dell'equipaggio: è in questa sede che si forma ufficialmente l'equipaggio che condividerà il volo, o la serie di voli, oggetto della “missione”.

Tutte queste operazioni prendono il nome generico di briefing, nome che, per traslato, viene in genere assegnato anche ai locali nei quali il tutto si svolge: “Ci si vede tra mezz'ora al briefing...” volendo con ciò fissare un appuntamento nei locali al briefing destinati, spesso indicati anche col nome di “centro equipaggi”.

Locali che possono essere gestiti direttamente dalla compagnia, oppure messi a disposizione dall'ente di gestione aeroportuale, o anche da una compagnia che ha magari accordi di reciprocità con un'altra e fornisce infrastrutture e servizi nei suoi aeroporti di base, sfruttando quelli dell'altra compagnia quando opera all'estero.

Il neologismo briefing ha a sua volta generato altri neologismi, come de-briefing (la discussione che, dopo il volo, mette in evidenza i momenti salienti del volo appena effettuato, allo scopo di trarre insegnamenti da quello che è successo), o auto-briefing (chiamato anche self-briefing), che è il ripasso delle manovre da effettuare in caso di emergenza, condotto autonomamente da ogni membro di equipaggio all'approssimarsi di momenti particolarmente critici, quali il decollo o l'atterraggio.

(5 aprile 2012)

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