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Il pilota e l'aviatore

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Antoine de Saint-Exupery è considerato il prototipo dell’aviatore, anche grazie al suo estro letterario che ha portato all’attenzione del grande pubblico il modo di vita del pilota. Richard Bach, seppur con altri toni e sotto mentite spoglie, ha immortalato le sue avventure aviatorie, appassionando milioni di lettori.

Generalmente, però, il pilota non scrive; racconta oralmente, quasi fosse un antico aedo. Per di più, parla solo con i suoi simili, tenendosi sul vago quando incrocia un curioso che vuole sapere ciò che si può sapere solo volando. Quegli scrittori, invece, hanno potuto raccontare le loro esperienze di aviatori non tanto perché volavano, ma perché le hanno affrontate con spirito letterario.

L’accento va posto perciò non tanto sulla parola scrittore, ma su quella aviatore. La biografia di questi uomini è interessante perché fa scoprire, dietro la facciata stereotipata del tipo con gli occhiali e con la sciarpa che ama farsi scompigliare i capelli dal vento, anche una dimensione umana che raramente emerge.

Qual è l’altra faccia della Luna di chi vola? Dipende, come sempre.

Andare per aria ha diverse accezioni, e volare è un’attività che dipende molto dall’interpretazione che se ne dà. Una volta i bambini volevano fare i cow-boys, ma poi con l’estinzione degli indiani, con la scoperta della costa orientale degli Stati Uniti, e soprattutto con l’avvento della tecnologia, il mito della frontiera si è trasferito nell’immaginario collettivo nel campo dell’aviazione. Da bambini si vogliono fare lavori di vocazione. Raramente ho sentito qualche bambino affermare: “Voglio fare il doganiere di Fiumicino”.

In compenso, quando un bambino dice che vuole fare il pilota, cosa intende esattamente? Tranne rare eccezioni, il piccolo sognatore vuole essere un aviatore, cioè una persona che vede nel volo un modo di essere, una possibilità di scoprire cose nuove, di misurarsi con se stesso. In sintesi, una persona che ha passione.

Quindi, anche se si hanno otto anni, c’è un’idea di fondo che spinge ad avvicinarsi al volo. Tra l’altro, per l’aviatore il volo è il modo più entusiasmante di muoversi tra posti esotici, alla scoperta di mondi sconosciuti, di contatti umani con persone più disparate; tutte fonti inesauribili di conoscenza.

Se viaggiare amplia i nostri orizzonti, volare li estende ulteriormente, contribuendo all’accumulo di esperienza ad ogni ora trascorsa in cielo, in un processo continuo di aggiornamento del proprio sapere riguardo ad un contesto che non smette mai di meravigliare: misurarsi con gli elementi atmosferici, che richiedono la mobilitazione delle proprie competenze e delle proprie energie vitali, accettare le sfide della propria mente, quando ci tradisce con un errore banale, fanno parte del modo di vivere dell’aviatore.

Ultimamente, ho riscoperto la distinzione tra chi è nato per fare l’aviatore e chi ambisce a fare il pilota. Il primo lo voleva fare da bambino, il secondo lo ha scoperto solo molto più tardi, per motivi molto diversi dalle aspirazioni fanciullesche. Si fa il pilota perché è meglio che lavorare, perché ci sono un sacco di belle donne, perché si guadagna bene, perché gli alberghi sono a quattro o cinque stelle e le vacanze si possono organizzare in qualsiasi posto con biglietti scontati.

Il fatto è che l’aviatore è una specie in via di estinzione, destinata ad essere soppiantata dalla figura del pilota, inteso come tecnico che obbedisce ad una serie infinita di norme, abile pigiatore di pulsanti in cabine sempre più automatizzate e sempre più alienato dalla realtà, chiuso e segregato in un cockpit inaccessibile. Non c’è più scoperta, non c’è entusiasmo, non c’è curiosità, ma gradualmente la professione si è trasformata in un mestiere sempre più routinario, monotono, con soste in posti lontani che durano meno dell’orario concesso ad una persona normale per il riposo fisiologico.

Mentre per un pilota di lungo raggio il volo è ciò che si trova in mezzo a due soste, per un pilota moderno di corto raggio, la sosta è ciò che si trova in mezzo a due serie di voli. Quindi, viene a cadere anche quella spinta verso la scoperta, sommersi da mere esigenze di sopravvivenza: mangiare, dormire, attività che si possono fare a volte alternativamente.

Ciò che rimane è lo stereotipo basato sull’immagine di questo pilota con gli occhiali a specchio, le spalline della camicia della divisa in bella vista, le donne al proprio fianco, abbronzato e spavaldo. In realtà, questa figura non assomiglia tanto alla figura tipica del pilota di linea di oggi, ma più a un Franco Califano nel pieno della sua carriera di playboy.

Peccato.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(23 luglio 2012)

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