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Misurare la fatica

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Di sistemi per misurare scientificamente la fatica ne esistono a bizzeffe e di diversi tipi, e vengono generalmente catalogati sotto quattro tipologie: le misure fisiologiche, le misure comportamentali, le misure auto-valutative, e la misura delle prestazioni.

Tra le misure fisiologiche, un posto di rilievo è occupato dall’elettroencefalografia (EEG), utile per determinare la presenza di attività cerebrale, poiché l’inizio del sonno è caratterizzato proprio da una diminuzione di questa attività. Le misure della fatica effettuate con l’uso dell’EEG sono normalmente adoperate per calibrare le altre metodologie di misurazione.

Tra le altre misure fisiologiche, importante è l’MSLT ossia il Multiple Sleep Latency Test, sviluppato nel 1977 dai dottori Dement e Carskadon, che misura in quanto tempo un soggetto si addormenta in un ambiente accogliente e confortevole.

Un’altra misura fisiologica in grado di identificare la presenza di fatica si fonda sul rilevamento del movimento oculare. In genere si utilizza uno strumento in grado di determinare la velocità di battito delle palpebre, l’ampiezza del battito, la durata della chiusura oculare ed altri parametri ancora.

Tutti i risultati di tali studi indicarono che c’è una correlazione significativa tra il movimento oculare e lo stato d’affaticamento e/o sonnolenza di un individuo.

Un altro metodo fisiologico, la PET (ovvero Positron Emission Tomography) deduce l’affaticamento ed il debito di sonno di un individuo dalla misurazione del livello di glucosio presente nel cervello. Questa metodologia si fonda sul principio che tutti i tessuti ed organi del nostro fisico funzionano elettro-chimicamente e più lavorano, più “carburante” devono usare: il “carburante” in questione è il glucosio. Perciò, misurando il livello di tale sostanza nel cervello, è possibile determinare il suo concreto stato di vigilanza.

Le misure comportamentali si basano principalmente sull’uso di speciali apparecchi, simili ad orologi da polso e denominati misuratori d’attività, che percepiscono la frequenza dei movimenti del corpo; infatti, il numero di tali movimenti, effettuati in un determinato intervallo di tempo, può essere correlato in maniera significativa all’entità della stanchezza presente in un individuo.

D’altra parte, vediamo anche noi, nella vita di tutti i giorni, che quando arriva il sonno, ci sentiamo groggy, intorpiditi e perdiamo gradualmente l’attività motoria, come sa chiunque abbia avuto in vita sua un colpo di sonno in macchina ed è ancora vivo.

Tra le misure auto-valutative più usate, forse la più rinomata è la SSS ossia Stanford Sleepiness Scale, una scala composta di sette affermazioni che vanno da “mi sento completamente sveglio” a “non riesco a tenere gli occhi aperti” validata, per quanto concerne la privazione del sonno, utilizzando metodologie che si basano su misurazioni delle prestazioni.

Un’altra scala è il VAS (Visual Analog Scale), mentre un terzo tipo di misura auto-valutativa si fonda sull’uso di un diario personale. Quest'ultima metodologia, si è rivelata particolarmente utile per la creazione di una notevole banca dati sulla fatica, utilizzata estensivamente da tutta la comunità scientifica.

Per ottenere delle misure delle prestazioni, i ricercatori hanno costruito numerosi test utilizzando compiti tanto semplici, quanto complessi: ad esempio, molto usati sono i test di memoria, i test di discriminazione tra vocali e consonanti o i test di riconoscimento delle lettere. Tutti questi test forniscono misure idonee ad individuare soggetti in debito di sonno, stanchi per l’attraversamento di numerosi fusi orari, fisicamente affaticati, spossati dal troppo calore o esausti per altri svariati motivi.

Dato però che non possiamo certo pretendere che un pilota si trasformi in dottore, e che in volo è come minimo problematico sottoporsi a uno qualsiasi di questi test, la nostra attenzione si appunterà principalmente sui fattori che contribuiscono ad aumentare la fatica operazionale e sugli effetti che essa ha sulle prestazioni umane.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(22 agosto 2012)

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