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Parole, parole, parole...

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Il riferimento non è, come molti potrebbero pensare, alla splendida canzone che la grande Mina portò al successo nell'ormai lontano 1972, ma molto più prosaicamente (e aeronauticamente), a uno dei tanti marchingegni che affollano il cockpit di un aereo di linea: il CVR.

La sigla (che sta per Cockpit Voice Recorder) identifica una delle scatole nere presenti a bordo, e più precisamente quella destinata a registrare tutte le voci e i rumori prodotti in una cabina di pilotaggio.

Di enorme importanza nelle indagini che seguono ogni incidente di volo, il nostro registratore fu introdotto negli anni '50 ed era inizialmente in grado di immagazzinare i dati relativi agli ultimi trenta minuti di volo: era in sostanza un nastro magnetico senza fine dove comunicazioni radio e interfoniche, conversazioni tra i piloti e rumori di fondo, mano a mano che il volo procedeva, venivano incisi “coprendo” via via le vecchie registrazioni. Nel corso degli anni, la capacità del CVR è aumentata, fino a coprire oggi un lasso temporale di due ore.

Fino ad oggi si è ritenuto che avere informazioni di prima mano riguardanti le ultime due ore prima di un incidente fosse sufficiente a farsi un'idea abbastanza chiara delle dinamiche che a quell'incidente avevano portato, ma alcuni recenti accadimenti fanno pensare che forse sarebbe il caso di aumentare questo lasso di tempo.

E' quanto emerge dalle risultanze di un'inchiesta condotta dal BEA (l'organismo francese deputato alle inchieste post-incidente), il quale, tra le varie raccomandazioni di sicurezza, chiede appunto di mettere allo studio soluzioni capaci di aumentare l'autonomia del CVR.

Per quanto possa sembrare strano, la richiesta nasce principalmente dalla necessità di indagare in modo esauriente non tanto sugli incidenti conclusisi tragicamente (accident), ma su quelli che vengono volgarmente definiti come “mancati incidenti”, e che la terminologia aeronautica cataloga con più precisione sotto la voce incident.

Si tratta di eventi che non hanno impedito la conclusione del volo (o della serie di voli), ma anche da questi si possono trarre ottimi insegnamenti... anzi, visto che chi ne è stato protagonista è poi in grado di raccontare e commentare la sua esperienza, si suole addirittura dire che “si imparano più cose da un mancato incidente che da un disastro aereo”.

Ci sono però almeno un paio di problemi.

Il primo è rappresentato dal fatto che la memoria umana, soprattutto quando si tratta di ricostruire situazioni molto stressanti, si rivela a volte fallace e imprecisa. Il secondo invece è direttamente legato all'architettura del CVR, che come abbiamo detto sovrascrive i dati più vecchi di due ore.

Così delle comunicazioni avvenute in cabina di pilotaggio a seguito di un evento critico verificatosi, supponiamo, a metà strada tra Roma e Pechino non rimane una traccia registrata, e il lavoro degli investigatori si deve affidare esclusivamente alla ricostruzione fatta dai piloti. I quali saranno senz'altro professionisti preparati e animati da spirito di collaborazione, ma non sono certo macchine: è quindi evidente che la presenza di una registrazione fornirebbe un valido supporto alla ricostruzione critica dei fatti.

E del resto, se già oggi un FDR (l'altra scatola nera, quella che raccoglie decine e decine di parametri di volo) è in grado di coprire un arco temporale di 25 ore di volo, non si vede perché un CVR non debba fare altrettanto.

Tanto più che la ormai vasta diffusione di supporti di memoria solida di crescente capacità e di ridotte dimensioni dovrebbe consentire di trovare agevolmente una soluzione: una semplicissima scheda di memoria da pochi gigabyte (come le chiavette USB alle quali tutti siamo ormai abituati, tanto per intenderci) dovrebbe infatti essere sufficiente a garantire ore e ore di registrazione.

Che poi tutte queste parole debbano servire a migliorare la sicurezza dei voli e non ad alimentare i facili (e spesso grossolanamente scorretti) scoop di certa stampa, beh... questo è un altro discorso.

(27 agosto 2012)

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