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Gli annunci di bordo

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Rimasi una volta particolarmente colpito dall’annuncio di una hostess che con una pronuncia perfetta in italiano, in inglese e in spagnolo, ci dava il benvenuto a bordo su un volo da Madrid a Roma. Non colpì solo me, ma anche altri passeggeri vicino a me che si complimentarono della sua dizione.


Era una studentessa di lingue che studiava a Perugia e che stava scrivendo la tesi su Garcìa Lorca. Al di là della padronanza della lingua, quello che rimaneva impresso era il tono della voce rassicurante, il timbro cristallino, la scansione perfetta delle sillabe, la chiarezza del messaggio. Sembrava un annuncio registrato.

È vero: gli annunci devono avere questo effetto rassicurante, perché la gente ha mediamente paura di volare e quindi si deve fare di tutto per evitare che tale paura dia luogo a comportamenti aggressivi o a scene di panico. Non a caso la musica che si sente a bordo è un po’ quella che mettono anche nei manicomi: violini, ampie sezioni di archi, note lunghe, cantato sussurrato. Infatti, non sentirete mai hard rock, chitarre distorte o tamburi ossessivi tipo musica house.

Questa attenzione alla psicologia del cliente è un punto a favore delle compagnie aeree e non capisco come mai non venga utilizzata dagli altri erogatori di servizi come le compagnie telefoniche, gli enti pubblici ed in genere tutte le realtà che hanno a che fare con il pubblico. Se stai chiamando per un reclamo, non puoi mettere una musica d’attesa irritante, perché appena l’operatore risponde verrà assalito con una veemenza proporzionale al tempo di attesa. Allo stesso modo, mi sembra elementare che se si deve scegliere una voce registrata per gli annunci è auspicabile che sia suadente e non la versione hard del timbro di una suocera incazzata, come purtroppo spesso succede.

Un punto a sfavore di questi annunci di bordo è la loro inflazione. Su un volo da Roma a Milano si viene letteralmente sommersi da un’ondata di raccomandazioni su come mettere la valigia, su come utilizzare il giubbotto salvagente, sulle condizioni meteo lungo la rotta, su eventuali attese al decollo, sul tipo di servizio offerto a bordo, e così via fino al parcheggio dopo l’atterraggio. Si sente addirittura  ricordare di portare con sé il passaporto o altre raccomandazioni che sanno più di grande fratello che di informazione utile. Non ho mai sentito su un treno la voce del capotreno, né per comunicarmi ritardi, né per avvisarmi di eventuali scioperi selvaggi, né della chiusura per condizioni meteorologiche della stazione di Firenze S. Maria Novella.

Allo stesso modo, nessuno mi ha mai detto dove mettere la mia valigia, né che sarebbe meglio allacciare la cintura di sicurezza su un treno che sta andando a più di duecento chilometri l’ora. E poi, in caso di collisione, da dove esco? E com’è che il fuoco a bordo può succedere solo sugli aerei, ma non negli autobus o nei treni?

Insomma, l’attenzione spasmodica che l’aviazione ha nei confronti della sicurezza è certamente una cosa positiva, ma forse c’è un eccesso di cautela che potrebbe indurre l’effetto opposto. Se poi la persona che effettua l’annuncio non ne ha voglia, perché stanca, perché al quarto volo della giornata, perché poco familiare con l’inglese, allora l’annuncio diventa più uno strumento di tortura che di ausilio in caso di emergenza.

Un giorno, mentre ero seduto al mio posto da passeggero per andare a Milano, cercando inutilmente di leggere il mio libro, distratto dalla miriade di annunci, ho visto la persona accanto a me sbuffare visibilmente per il fastidio. Anche lui stava cercando di concentrarsi sul suo foglio di lavoro e la voce sgraziata, stentorea, che farfugliava svogliatamente le istruzioni di emergenza, gli interrompeva il flusso di pensieri fino a farlo sbottare: “Ma che dice?”.

E non si riferiva all’annuncio in inglese, ma a quello in italiano.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(4 gennaio 2013)

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