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Lavoro e vita - II

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(segue) Poi, il 13 ottobre 2012, arriva il momento del licenziamento definitivo: l’accordo sottoscritto sul finire del 2008 dal Governo e dalla Compagnia ci poneva in mobilità. Alla pensione mancano ancora 3 anni, e sono giusti giusti i tre anni della mobilità.


L’accordo infatti consentiva alla Compagnia di non richiamarmi in servizio se avessi maturato la pensione in questi sette anni. Cosa che è avvenuta: hanno richiamato la gente prima e dopo di me, e io sono rimasto a casa.

Ma a metà novembre mi è arrivato il rigetto della mobilità da parte dell’INPS. Perché, mi dicono, la pensione – che appartiene ad un’altra vita, quella precedente a questa- è già presente.

Io, ed altri come me, abbiamo vissuto due vite, una prima al servizio dello Stato che ha riconosciuto gli anni di lavoro con una pensione statale e, sottolineo, non siamo andati con una pistola ed il volto mascherato a rubare il diritto a pensione, ma esso è stato riconosciuto da una Legge, in vigore, dello Stato.

Ed oggi un persona dietro una scrivania, senza sapere, senza curarsi, senza approfondire, decide che io non posso avere più niente, perché ho già abbastanza. Ho presentato ricorso avverso alla decisione.

Quello su cui mi viene da riflettere è se chi ha preso questa decisione sia consapevole dell’impatto che questa decisione ha sulla mia vita, oltre quello che è già successo per aver perso il lavoro. Con il quale pagavo il mio mutuo, sostenevo la mia vita e pagavo l’università a mia figlia.

Lui decide in quanto Burocrate Pubblico e applica, in maniera restrittiva una norma, incurante di ciò che è stato, della storia degli accordi, del fatto che la Compagnia non ci abbia richiamati perché troppo vecchi, ma altresì, oltre che buttati senza giusta causa, privati della dignità del lavoro, oggi penalizzati da una decisione che non tiene conto del percorso con il quale si è arrivati a questo punto.

Anche la speranza viene uccisa.

Ma la mobilità -sulla base dell'accordo del 2008- non mi doveva accompagnare alla pensione da questo lavoro che mi è stato tolto, e per il quale sono stati versati 17 anni di contributi, oltre che a facilitare un possibile reimpiego? Ed allora perché oggi mi viene negata?

Quante domande, quanta emozione, quanto dolore...

Così lo Stato, per mezzo della decisione di un suo burocrate, ci abbandona definitivamente, alla faccia dell’art. 4 della Costituzione, dopo che noi abbiamo fatto di tutto per essere giusti, per lavorare senza assenze, rispondendo all’appello del datore di lavoro al meglio delle nostre possibilità.

Chiaramente non posso versare contributi volontari, per raggiungere il minimo e completare questo secondo ciclo, non posso passare tutto nell’Assicurazione Generale Obbligatoria e pur avendo 47 anni di contributi cumulativi, rimango confinato in un limbo, come se quei versamenti non fossero miei.

Se non posso più accedere alla pensione allora perché ho versato contributi per 17 anni? Se le cose erano incompatibili, perché sono stato buttato via, dicendo che non sarei stato riassunto? Perché una parte dello Stato mi dice tranquillo, ti accompagno alla pensione ed un’altra parte mi dice non puoi avere niente di ciò che ti è stato promesso?

Sono tanti se e ma, forse troppi, però ritengo che ogni decisione che riguardi questo delicato campo dovrebbe essere soppesata, valutata e interpretata non con cieca rigidità, ma con la Coscienza dell’impatto che questa decisione ha sulla vita di individui che non hanno potuto scegliere se lavorare ancora o smettere.

Ho pensato di presentare Ricorso Straordinario al Presidente della Repubblica, ma alla fine, anche questo sarebbe un percorso giuridico, fatto per me da un avvocato, e non darebbe voce alle mie emozioni, al dolore che provo ogni volta che penso che ho 58 anni e non posso più lavorare e che le promesse fatte sono state infrante da altri che di queste promesse non sono al corrente.

Magari lo Stato che ha salvato la compagnia (e che oggi non mi vuole dare quella mobilità per arrivare alla pensione), potrebbe obbligare la compagnia a riassumermi: io lo preferirei di gran lunga, tornare ad essere orgogliosi di sé e della divisa che si indossa, tornare a spiegare ai passeggeri che c’è cattivo tempo e che oggi a Sarajevo non si riesce ad atterrare...

Tornare ad essere il comandante con 42 anni di volo sulle spalle che accresce con la sua esperienza il valore aggiunto della Compagnia. Invece e tutto questo non c’è più, una vita cestinata ed ulteriormente macinata da una decisione che sento un po' vessatoria ed inconsapevole...

Quando il prof Carbonaro, con gli occhi che balenavano, tantissimi anni fa ci spiegava la Costituzione ed alzava il dito verso l’alto quando parlava di essa e verso il basso quando parlava di legge comune, diceva anche che la Costituzione fu immaginata dai Padri Costituenti a garanzia dei valori supremi che per l’Italia sono il lavoro e la libertà, e che essi sono strettamente correlati.

Senza lavoro non siamo liberi, senza umanità e compassione è anche peggio.

(fine)

(30 gennaio 2013)

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