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Mr. Golden Hands

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Nel lontano 1990, per ragioni a me ancora del tutto incomprensibili, l’Aeronautica Militare Italiana decise di inviare un giovane capitano a frequentare una delle scuole di volo più prestigiose del mondo: la United States Air Force Test Pilot School (USAFTPS) presso la base californiana di Edwards.


Quel giovane capitano ero io, e dopo 11 mesi di addestramento intensissimo sono riuscito a prendere il brevetto di pilota collaudatore. Sapevo tutto sulle prestazione del velivoli e sulle loro qualità di volo; conoscevo e sapevo valutare sistemi di navigazione, piattaforme inerziali, radar e sistemi di contromisure elettroniche. In meno di un anno avevo volato su più di una ventina di diversi aeroplani: dal B52 all’F18, dall’aliante al vecchio e glorioso F4 Phantom.

Tuttavia, ancora oggi, se qualcuno mi chiedesse quale sia la cosa più importante che io abbia imparato il quel tempio del volo, senza dubbio gli ripeterei la frase che il mitico Chuck Yeager disse durante una conferenza alla mia classe: “Ricordate, ragazzi”, ci disse, “voi siete mr. Golden Hands (il signor Mani d’Oro). Se non riuscite a fare qualcosa con un aeroplano, non è colpa vostra: il problema è nel velivolo”. Da allora in poi nel mio lavoro, prima come pilota collaudatore e militare e poi come pilota di aviazione civile, ho vissuto secondo questa preziosa regola.

Leggendo con attenzione tutto ciò che è stato scritto e riportato riguardo all’incidente del volo AF447, il volo dell’Air France schiantatosi nell’Atlantico qualche anno fa, mi sono reso conto che, molto probabilmente, se fossi stato seduto in uno dei due posti di pilotaggio, non sarei riuscito ad uscirne sano e salvo, né sarei riuscito a salvare i passeggeri di quel volo fatale. Eppure io sono mr. Golden Hands... per definizione.

Il problema, a mio avviso, è nel velivolo, non nel pilota. Il punto è che Airbus ha costruito aeroplani forse perfetti dal punto di vista ingegneristico, ma che non sono fatti per un pilota. L’uomo non è al centro dei sistemi: essi non sono stati disegnati per adattarsi a interagire con un uomo, è bensì il pilota che si deve adattare ai sistemi di bordo. Mancano feedback su comandi di volo e su motori, le indicazioni dei parametri di volo possono essere contraddittorie e variare a seconda della configurazione delle decine di computer che si trovano a bordo. Si deve reinventare un modo di volare e di affrontare emergenze che Airbus ha sempre ritenuto impossibili che si verificassero.

Un’analisi a posteriori di ciò che avrebbero dovuto o potuto fare i piloti in quella situazione è semplicistica e superficiale: tutti sono in grado di risolvere un’emergenza dopo che essa è avvenuta, avendo tutti i dati a disposizione ed essendo comodamente seduti alla propria scrivania.

La realtà è che, probabilmente, neanche mr. Golden Hands avrebbe salvato quel volo.

(20 febbraio 2013)

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