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Malore a bordo

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Una delle cose che può capitare, soprattutto in un volo di lungo raggio, è il malore di un passeggero. Del resto, ogni anno nel mondo vengono trasportati centinaia di milioni di passeggeri, ed è normale che con numeri di questa portata prima o poi qualcosa capiti, come recita la famosa legge di Murphy.


Sono condizioni molto serie perché una volta ricevuta la notizia del malore a bordo occorre mettere in atto tutta una strategia per decidere presto e bene, soprattutto se il fattore tempo è determinante. Ogni pilota, durante il volo, sa quali sono le sue alternative in rotta nel caso dovesse succedere qualcosa, e anche il malore di un passeggero rientra tra queste evenienze.

Fino a che il tempo è bello la cosa non suscita dilemmi. Se invece il tempo è brutto e sugli aeroporti più vicini c’è presenza di temporali, oppure nebbie fitte o vento forte si pone anche un problema di compatibilità tra compiti concomitanti: dirottare sull’aeroporto più vicino per salvare la vita al passeggero o rischiare la vita degli altri centocinquanta con un avvicinamento su un aeroporto che presenta fenomeni di windshear?

Quindi, la prima cosa è capire esattamente qual è la situazione. Mentre si cerca di capire l’entità e la gravità dell’evento, un pilota comincia ad attivarsi per identificare l’aeroporto idoneo per un atterraggio di emergenza, consultare le cartine di avvicinamento, predisporre la strumentazione, etc. L’altro pilota invece deve coordinare una serie di azioni che possano portare ad una decisione ragionevole.

Quindi, per prima cosa si effettua un annuncio per verificare la presenza di un medico a bordo. Non so com’è, ma il medico c’è sempre ed ho sempre trovato persone molto disponibili, segno che rafforza la mia convinzione che questa professione si fa per passione, per vocazione e non sia un lavoro come un altro.

Una volta che si palesa a bordo il medico, si cerca di prestare assistenza al passeggero, analizzando i sintomi, parlando anche con qualcuno che viaggia con lui/lei e soprattutto stimando il tempo necessario per un’azione risolutiva. Se si tratta di infarto al miocardio, di tempo non ce n’è molto; se invece è una indigestione che passa con un po’ di Coca-Cola si può anche aspettare che le condizioni migliorino in volo.

E’ dunque opportuno che il comandante sia sempre in contatto con almeno un assistente di volo e che le comunicazioni siano quanto più chiare e prive di ambiguità. La raccolta delle informazioni è vitale per poter approntare anche dei soccorsi una volta a terra. Ad esempio, comunicando al controllo del traffico aereo la natura della patologia, in modo da riportarla al medico di pronto soccorso per poter preparare gli strumenti idonei ad un intervento immediato una volta a terra.

A bordo c’è anche una cassetta medicinali che può essere usata, dietro autorizzazione del comandante, proprio per questi eventi. Alcuni farmaci basilari si possono utilizzare per le urgenze con buone probabilità di successo ma, ovviamente, bisogna tener presente che non è una farmacia. Quindi, non fate finta di stare male per farvi somministrare la pillola blu.

Una volta a terra poi, occorre fare un annuncio ai passeggeri in cui si invitano tutti a rimanere seduti fino a nuove comunicazioni. La ragione di questo annuncio è duplice. In primo luogo, bisogna permettere che il medico del pronto soccorso di terra salga a bordo per prestare assistenza al passeggero malato senza essere ostacolato dagli altri passeggeri che, con la fregola di scendere, si sono alzati in piedi impedendo il passaggio nel corridoio dell’aereo.

In secondo luogo, l’aereo, in presenza di un malore di un passeggero, entra automaticamente in quarantena. Il termine quarantena risale all’usanza di tenere in baia la navi che arrivavano dall’estero per quaranta giorni prima di autorizzare lo sbarco dei passeggeri. Perché quaranta giorni? Perché era un termine adatto al manifestarsi di una eventuale patologia, che non veniva così importata nel paese di destinazione.

Con gli spostamenti aerei questa usanza si è affievolita, data la mole di passeggeri ogni anno trasportati nel mondo. L’unico caso rimasto è proprio la malattia conclamata. Basti pensare al caso del vomito a bordo. Se un passeggero, su un volo da Milano a Roma, manifesta febbre e vomito ciò potrebbe sembrare una normale influenza intestinale. E se per caso avesse fatto scalo a Milano da un paese africano o asiatico, dove è presente un’area endemica di colera?

Il medico quindi, una volta risolta la situazione di pronto soccorso, deve dare il consenso allo sbarco degli altri passeggeri. Personalmente, non ho mai visto negare lo sbarco, e sinceramente non capisco come faccia un medico di pronto soccorso ad avere in mente tutti i sintomi di tutte le patologie infettive mondiali.

E per finire, un caso piacevole di malore a bordo: il parto. Avendo parecchi figli, devo dire che il parto non è cosa che si risolve da un minuto all’altro: le doglie, il travaglio, la fase dell’espulsione del bambino  richiedono molto tempo. I miei figli, per esempio, sono venuti al mondo con tanta calma che sarei potuto andare a Sydney in aereo e tornare. E poi una donna non può viaggiare se in stato di gravidanza oltre il settimo mese, e la ragione è ovvia.

Eppure, nonostante l’improbabilità di un parto in alta quota, è capitato che in un volo di medio raggio, della durata di due ore, una donna abbia partorito nella cabina passeggeri. È nata una bella bambina e la donna è stata assistita dai medici a bordo che hanno utilizzato i loro strumenti per tamponare, rescindere il cordone ombelicale, suturare quello che c’era da suturare.

Se non sbaglio, però, l’evento risale a prima dell’11 settembre 2001, perché da allora non si possono portare più bisturi in cabina, e non so come sarebbe andata senza quegli strumenti... anche perché a bordo ci sono dei coltelli fatti apposta per non tagliare.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(14 marzo 2013)

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