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Una passeggiata per Teheran

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Erano molti anni che non venivo a Teheran. Ma oggi mi trovo in sosta in questa megalopoli che oscilla tra gli otto e i quindici milioni di abitanti, e così ne ho voluto approfittare per andare in centro e rivedere i posti che avevo visitato tanto tempo fa.


Nei miei ricordi si annidava l’impressione di una città molto inquinata. Invece devo dire che mi sbagliavo: è inquinatissima. Una delle quattro città, insieme a Pechino, Bangkok e Città del Messico, dove lo smog è un attentato immediato alla tua salute.

Non ci sono molti posti belli da vedere, nel senso di monumenti o di attrattive turistiche, eccetto forse il palazzo reale. Come in molte città orientali, gran parte dell’attività si svolge intorno al suk, il gran bazar. Un fiume di persone si riversa giornalmente nel centro della città. Le donne devono essere avvolte nel loro caratteristico vestito lungo, che copra il corpo almeno fino all’altezza del ginocchio. Il capo deve essere coperto, sempre. Poi ci sono donne che utilizzano il chador (velo sulla testa), il hijab (velo che copre anche il volto, lasciando intravedere gli occhi) e altre che vanno in giro con il burqa, tristemente noto per le vicende afghane, che copre tutto.

Gli uomini si vestono con modestia. Non ho incontrato una sola persona che in Italia potremmo definire elegante. Di solito indossano una giacca con le maniche un po’ troppo lunghe, una camicia abbottonata fino all’ultima asola, dei pantaloni di taglia e colore anonimi. Il tutto, rigorosamente, senza cravatta.

La prima cosa che mi è balzata agli occhi è la moneta, poiché gli iraniani usano due misure per indicare i prezzi. Il fatto è che il turista ha in tasca una moneta chiamata Rial e quando vede i prezzi, questi sono espressi in Tomar. La differenza tra le due monete è che la seconda ha uno zero di meno, quindi si possono incontrare brutte sorprese. Oggi ho comprato delle camicie tipiche iraniane, molto belle, per l’astronomica cifra di un milione e mezzo di Rial. Tradotto: venti euro.

Il cambio è continuamente variabile; quello che due mesi fa veniva cambiato a trentatremila Rial per un euro adesso è quarantacinquemila Rial per euro. Ne deduco che la svalutazione della moneta è al galoppo. Ma questo è niente rispetto all’inflazione che si aggira a non meno del 300%. Ho chiesto quale sia la causa di questa inflazione e devo dire che condivido la tesi che vede un eccesso di ottimismo sull’andamento dei prezzi. Se tutto sta salendo, posso anche alzare i miei prezzi nella speranza di ottenere di più di quanto investito perché so che in breve tempo realizzerò un guadagno. Ovviamente, l’inflazione ha il suo rovescio della medaglia, cioè colpisce chi è a reddito fisso e non può adeguare i propri introiti all’andamento del mercato.

La fortuna di chi vive in Iran è che siede su un patrimonio chiamato petrolio e quindi non hanno problemi di introiti. La gente comune sta soffrendo questa inflazione molto alta, ma ho respirato un’aria di febbrile attività, di operosità, di attitudine al commercio.

Parallelamente a questa tendenza allo scambio ho notato una cosa che mi colpì anche all’epoca della mia prima visita: la socievolezza della gente. L’iraniano è molto affabile, molto ospitale. Anche gli affari non si fanno tirando fuori i soldi come in Europa o in America. C’è prima la relazione. Venditore ed acquirente si conoscono, parlano, conversano e poi eventualmente c’è lo scambio. Chi vende ospita chi compra. Gli offre il tè, si informa da dove viene, si fa raccontare un po’ di cose, poi mostra la propria mercanzia e naturalmente si arriva ad una transazione che ha al centro l’uomo e non la merce.

Oggi ho conosciuto Amir, un venditore che ha diversi negozi all’interno del bazar. Parlava molto bene italiano, avendo vissuto in Svizzera nel Canton Ticino. Ha capito che ero italiano, mi si è rivolto nella mia lingua, mi ha invitato a vedere il suo negozio, ma poi abbiamo parlato di tutt’altro: delle sue vacanze in Italia, dei suoi studi in Svizzera, dell’attuale attività economica in Iran e tante altre cose.

È stata un’esperienza veramente interessante, perché mi ha fatto scoprire molti aspetti di Teheran e dell’Iran che non avrei mai scoperto leggendo un libro, guardando un telegiornale o viaggiando da solo. Siamo stati a parlare per circa un’ora e mi ha colpito la sua visione del mondo, molto laica, molto occidentalizzata, ma venata dell’intraprendenza del commerciante persiano che sa fare il suo  lavoro. La sua visione dell’Italia è assolutamente lucida.

Da questa parte del mondo vedono con più distacco le vicende europee. Lui è convinto che la Cina fagociterà tutto il made in Italy, perché noi non possiamo essere competitivi e che il nostro Paese si avvierà ad un lento declino. Io sono più ottimista. Quando uno ha toccato il fondo, può sempre cominciare a scavare, ma l’italiano il colpo di reni dello studente che riesce a sfangarla sempre all’ultimo minuto ce l’ha nel repertorio.

Dato che ho visto molte etnie diverse affollarsi nel centro di Teheran, gli ho chiesto da dove vengono. Mi ha parlato degli afghani che si stabiliscono in Iran come manovali, così come dei pakistani che fanno i lavori che gli iraniani non vogliono più fare. I turchi sono un vicino molto agguerrito, con un boom economico che può trascinare il resto dell’area medio-orientale. Mi ha insegnato un sacco di cose, che non posso riportare integralmente. Ma siamo rimasti in contatto e avrò modo di approfondire con più calma durante la prossima sosta.

Per tante cose che mi ha insegnato, da parte mia mi sono rivenduto una nozione appresa da un interessante libro di geografia che ho recensito proprio su Manuale di Volo. Il suffisso -istan nella lingua farsi (quella parlata dai persiani) significa Stato, Paese, Nazione. Si capisce anche come mai degli Stati si chiamino Afghanistan, Turkistan, Uzbekistan, Pakistan. Però, mentre gli afghani, i turchi e gli uzbeki corrispondono a delle etnie, il Pakistan non è la terra dei Paki. Il nome, infatti, viene dall’acronimo P.A.K. che viene da Punjab, Afghanistan, Kashmir, più -istan.

Tornato in albergo ho voluto approfondire su internet alcune curiosità che mi erano venute parlando con Amir. Ho scoperto che ci sono dei siti che qui sono oscurati, tra i quali Facebook, Youtube, più alcuni che possono essere ricondotti a dei social network. La primavera araba, che ha preso piede, ribaltando tutti gli assetti di potere esistenti, si è potuta propagare anche grazie alle reti di comunicazione che hanno aiutato i ribelli a coordinarsi.

Anche in Iran ci sono state delle sollevazioni popolari contro il governo, ma guai a chiamarla primavera araba. L’appellativo arabo, per un persiano, è un’offesa. Loro ci tengono a differenziarsi perché si ritengono un po’ gli Antichi Romani del medio-oriente.

Fare il pilota non è semplicemente un lavoro, ma uno stile di vita, che è allo stesso tempo opportunità e ostacolo. Opportunità per chi vuole conoscere e confrontarsi, ostacolo per chi vede questo stare lontano da casa come un’inutile parentesi tra due periodi di riposo.

Oggi ho avuto una bella opportunità.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(27 marzo 2013)

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