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Impresso nella memoria

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

Tra le ricerche relative ai processi di apprendimento, una delle più interessanti è quella tesa ad individuare la percentuale di dati memorizzati perduta a distanza di ore, giorni e mesi: i modelli proposti hanno come comune matrice il riconoscimento dell’autonomia della memoria.


Memoria intesa come reminiscenza, che “funziona” solo se si segue una precisa procedura: per attingere dalla banca dati in memoria, occorre un sollecito che a sua volta provoca il processo di reminiscenza, ossia il ritorno a livello cosciente di un’informazione immagazzinata. Il richiamo in questione può essere diretto oppure indiretto, mediante utilizzazione di una qualche circostanza che è stata concomitante con l’oggetto specifico da ricordare.

Edgar Morin, un filosofo francese contemporaneo, chiama questo processo ri-memorazione, intendendo la capacità della mente di rievocare, estrarre dalla memoria e riprodurre il contenuto come se fosse una video-camera. La ri-memorazione è accompagnata da un processo creativo della mente ed è come se rivivessimo l’esperienza interiormente, a livello virtuale, e questo a sua volta rinforza la traccia nella memoria (come se marchiassimo con il fuoco un evento; non a caso anche nel linguaggio comune si dice “l’ho impresso nella memoria”).

Il segnale di richiamo del dato in memoria non sempre si rivela necessario, dato che spesso il pilota si trova ad operare tramite una sequenza di eventi che si rievocano a vicenda, in maniera pressoché continua ed immediata. Una serie di ricerche ha consentito di mettere a punto un modello, verificato sperimentalmente, che riconosce l’esistenza di un serbatoio-filtro mentale dove confluiscono sia informazioni ed impulsi trasmessi dall’attenzione, sia impulsi provenienti dalla memoria, dove permangono dati derivanti da precedente apprendimento ed esperienza.

Tale serbatoio consente di avere a disposizione, contemporaneamente, tutti gli elementi, di scoprirne i nessi logici, di comparare i dati più recenti con quelli dedotti dall’esperienza, ed infine di pervenire alla definizione dei processi attraverso cui ci si adatta e si controlla la situazione.

I segnali di allarme, tramite variazioni di suono o di intensità luminosa, hanno proprio la funzione di richiamare l’attenzione impegnata altrove. Tuttavia, se l’attenzione è avvinta in maniera tenace, il suo previsto spostamento verso la nuova catena non andrà a buon fine. Si parla a proposito di questo fenomeno di attention blindness, cioè di vera e propria cecità dell’attenzione.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(16 aprile 2013)

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