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Genova, città aperta

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Un famoso film di Vittorio De Sica, interpretato da Anna Magnani, raccontava le vicende di Roma al tempo della guerra, quando il governo non c’era più, l’invasore era in casa, gli americani alle porte e la popolazione a fungere da vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro.


Roma Città aperta è un capolavoro di quelli che solo il cinema italiano poteva produrre. Molti tendono a dimenticare che il nostro Paese ha vinto il maggior numero di Oscar per il miglior film straniero, facendo di questo piccolo Paese un concentrato di creatività che in poche altre parti del mondo si può riscontrare.

Ma non è di Roma che intendevo parlare quanto di Genova, la città più meridionale del Nord dal punto di vista del costume, del modo di vita, della filosofia dell’esistenza. Io amo Genova. La sento simile a molte città portuali come Trieste, Napoli, Brindisi, in Italia, oppure Amsterdam, Londra, New York all’estero, un crocevia di esperienze che si sono accumulate nei secoli.

I genovesi, nonostante l’invettiva di Dante, hanno girato il mondo, sono navigatori per scelta e per necessità, erano padroni dei mari fino a che il Mediterraneo, il mare nostrum è stato il bacino d’acqua dove avvenivano tutti gli scambi economici, culturali e militari.

Il genovese è rilassato, parla lentamente con una cadenza che è a metà tra piemontese e brasiliano. Non portoghese, che è la lingua ufficiale del Brasile, ma proprio brasiliano, con quell’accento biascicato che ricorda una quinta bemolle sul pianoforte; è un accento, ma ci sta bene.

Qui sono passati tutti. È qui che Marco Polo scrisse Il Milione, tra l’altro in carcere. Pensare che una persona che ha viaggiato tutta la vita possa raccontare tutti i suoi viaggi in posti sconosciuti, quando non esisteva ancora internet, è di per sé un viaggio, nel senso usato dai tossico-dipendenti quando dicono trip. Un po’ come usare gli allucinogeni rimanendo lucidi. Questo deve aver provato il suo compagno di cella, il pisano Rustichello, quando trascrisse i suoi racconti.

La posizione di Genova, a differenza di altre città portuali, che invece hanno un entroterra articolato e spazioso, è decisamente angusta. Una serie di montagne la cinge alle spalle, con rilievi che non lasciano molto spazio a terreni edificabili, ti costringono a guardare per forza davanti a te, a quel mare che non è mai tranquillo. Penso che Montesquieu avesse un filo di ragione a collegare il carattere degli abitanti al luogo di residenza geografica e quando rifletto sul perché mi trovo bene a Genova, provo ad immedesimarmi nella loro vita di tutti i giorni, a come cresci, dove vai a scuola, che prospettive di lavoro hai, chi incontri per strada.

Nel mio peregrinare per i vari posti ho consolidato delle amicizie che si sono poi prolungate nel tempo. In tutto il Nord Italia, Genova è la città dove ho percentualmente più amici; tutte persone per bene, intelligenti, tolleranti, acuti, con quel savoir vivre che li rende lavoratori, sapendosi godere la vita, fatalisti, pur continuando a progettare, con la faccia seria mentre sparano battute da cabaret.

Il loro mare non è quello tranquillo del Golfo di Sorrento, non è quello placido di Trieste che nonostante la bora non si alza mai più di tanto. Qui, il mare è buio, si ingrossa perché convogliato dalle correnti e sovrastato da frequenti perturbazioni temporalesche che aggiungono tuoni e fulmini al muggito del mare incazzato.

L’aeroporto è una lingua di terra che si estende da Est a Ovest, protetta da un frangiflutti che quando c’è mare grosso non riesce ad impedire alle onde di arrivare fino in pista. Spesso, sul Golfo di Camogli, ad Est di Genova, si creano delle formazioni temporalesche molto attive che scaricano sulla città tonnellate d’acqua, variando la direzione del vento e innescando raffiche improvvise dalle quali ti devi guardare bene.

Mentre gli inglesi parlano del tempo, ma non fanno niente per cambiarlo, come diceva Mark Twain, non ho mai sentito parlare un genovese del tempo. Evidentemente, lo considera un fatto ineluttabile al quale occorre rassegnarsi senza troppi lamenti. Ha ragione Paolo Conte quando canta “Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi che abbiamo visto Genova…”

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(2 maggio 2013)

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