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Tu e lei

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La prima cosa che si impara in una compagnia aerea, perché balza agli occhi vistosamente, è l’abbassamento di tutte le barriere di grado, di età e di gerarchia a bordo. Tutto ciò non è frutto del caso: si tratta di una cosa voluta.


Cominciai a volare come pilota nella più grande compagnia aerea italiana giovanissimo e ricordo distintamente il mio primo volo in addestramento di linea. Arrivai al centro equipaggi con una notevole inquietudine sulla mia nuova attività, poiché nessuno mi aveva spiegato molte cose e tutti davano per scontato che tutti sapessero tutto. Chiedendo ai miei colleghi di corso, mi accorsi con un certo sollievo che nessuno sapeva niente su come orientarsi nel dedalo di norme, di consuetudini, di procedure non scritte, di codici di comportamento.

Arrivato alla postazione relativa al mio volo con un po’ di anticipo, cominciai a scartabellare la documentazione per prendere visione delle informazioni principali. Dopo qualche minuto arrivò anche il Copilota che si presentò educatamente, mi fece qualche domanda, tra le quali: “Ma quanti anni hai?”. Non che fossi nuovo a questo tipo di osservazioni: dopo tre anni in un reparto militare di frontiera in cui dovevo confrontarmi con persone di tutti i tipi, normo-dotato di una faccetta da bambino di dodici anni e un corpo che ne dimostrava diciotto, la domanda era più che legittima. La sua curiosità si fermò però soltanto ai preliminari senza aggiungere altro.

Lui aveva una cinquantina di anni, non aveva prospettive di carriera, viveva serenamente la condizione di pilota, sapendo che quel giorno doveva arrivare un comandante famoso per la sua ruvidezza. Io non sapevo nulla e lui non mi fece preoccupare. Arrivò finalmente questo omone di quasi un metro e novanta che cominciò a cercare in giro il copilota in addestramento che gli era stato assegnato, chiamando al di sopra della mia testa. Risposi con un gesto, come a dire: “Ehi, sono quaggiù!”. Mi squadrò dalla testa ai piedi. Poi di nuovo dai piedi alla testa, con fare indignato. Alla fine esclamò: “Puah, un altro ragazzino!!”.

Come inizio non era niente male, ma ricordandomi che Adamo nacque da un po’ di fango su cui l’Onnipotente sputacchiò, gettandolo in terra, il mio incipit era leggeremente meglio.

Ero veramente indeciso, perché nonostante l’aspetto, il carattere è rimasto purtroppo quello di sempre e chiesi gentilmente: “Vuole che vada via?”. Questa ingenuità un po’ lo scosse, facendolo riflettere almeno sul fatto che i primi tre atti di una conversazione con uno sconosciuto, chiunque esso sia, cominciano con un saluto, una stretta di mano e una frase di circostanza.

Gli scappò un sorriso, poi di nuovo burbero: “Ragazzo, non lo sai che noi ci diamo tutti del tu?”. Avevo dato del Lei a tutti gli istruttori della scuola di volo, alle segretarie, al personale delle pulizie, agli addetti di manutenzione, e ogni altro essere umano con il quale non c’era confidenza, come mi era stato insegnato da mio padre.

“Ah, si?”, io ero talmente abituato che quando chiamavo mia madre mi scappava certe volte il Lei se non il Voi, tanto che una volta mi disse: “Ma stai leggendo Tolstoj?”

A parte l’inizio traumatico, il resto del turno fu abbastanza schifoso. Non ne imbroccavo una, come Mister Bean. Ma perché queste cose non venivano scritte in un libro? Uno si documenta, arriva consapevole di quello che deve fare, di cosa gli altri si aspettano da lui, di tutti i codici di comportamento accettati e così via. Il resto lo dedica anche al volo, se proprio uno vuole.

Quindi, prima lezione che vale nella maggior parte delle compagnie aeree, i piloti si danno del Tu per abbassare il cosidetto Trans-Authority Gradient, cioè il dislivello di gerarchia percepito da entrambi. Possiamo immaginare la cabina di pilotaggio vista da dietro, posizionando una tavola sulla testa dei piloti. L’inclinazione della tavola non deve essere né troppo ripida (perché impedirebbe l’espressione della critica costruttiva, sulla base di un timore reverenziale che invece non ci deve essere) né troppo piatta, nel senso che comunque esiste una gerarchia a bordo in cui in ultima analisi è il comandante che deve prendere la decisione finale, avvalendosi dell’ausilio di tutti le sue risorse, tra le quali rientrano i consigli e le considerazioni del co-pilota.

Una volta, di ritorno da un volo di piacere in Australia, volai con la compagnia australiana Qantas. Mi presentai alla hostess responsabile di cabina dicendole che ero un pilota che tornava a casa a Roma, via Londra. Durante la crociera i colleghi in cockpit mi mandarono a chiamare per scambiare due chiacchiere e rimasi colpito da fatto che non avevano i gradi sulla camicia. Se li erano tolti, perché vedere troppi galloni potrebbe inibire eventuali critiche. Anche questo può aiutare, non ci avevo mai pensato, ma toglierebbe anche il 90% del fascino della divisa, e per chi non ha altro sarebbe un brutto colpo al proprio ego.

Col tempo, sempre da solo, imparai che questo modo di fare si usa a bordo, ma non sempre e non con chiunque all’interno della compagnia aerea. Ricordo un comandante molto anziano, che aveva la carica di Direttore Operazioni Volo, cioè la massima autorità in campo di pilotaggio, perlomeno allora. Il suo nome evocava un non so che di fantozziano, come il famoso Mazzanti Serpelloni Viendalmare, preceduto da una serie di cariche come Dott. Ing. Capt. Lup. Mann., Figl. Di Mign. Etc.

Il solo nome incuteva rispetto. Entrai in clamoroso ritardo durante una riunione alla quale erano venuti a presenziare una serie di personaggi di cui ignoravo l’esistenza poiché non li avevo mai incrociati neanche di vista al centro equipaggi. Entrai tutto baldanzoso, passai davanti a questo tavolo pieno di cinquantenni in giacca e cravatta con espressione seriosa e mi presentai, dicendo il mio nome.

Quando sentii il nome del mega-direttore galattico ebbi un momento di esitazione, perché avevo il cinquanta percento di probabilità di indovinare, soprattutto ridotte di molto per il fatto di essere in ritardo. La buttai lì: “Buongiorno, andiamo bene?”.

Avevo inventato il Noi categoriale: la prese a ridere e l'atmosfera si sciolse.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(29 maggio 2013)

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