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Una passeggiata per Tirana

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La prima volta che venni a Tirana era il 1992. Volavo sul DC-9/30, un aereo mitologico, che non aveva alcun aiuto tecnologico. Il pilota faceva tutto. L’autopilota era molto rudimentale e quando si atterrava con la nebbia era sempre un happening.


Il motivo era semplice: a bassa quota l’aereo non si allineava esattamente con l’asse pista, ma era molto più probabile che fosse dritto dritto sui cinesini, cioè quei “birilli” che si trovano proprio sul bordo pista. Il Comandante, arrivato alla quota prevista per lo sgancio dell’autopilota, prendeva i comandi e dichiarava “Viva la muerte”, effettuando una manovra accentuata a bassa quota per riportare l’aereo sul centro pista. A Tirana questi problemi non c’erano: vent’anni fa c’era solo una procedura beacon, che funzionava a tratti.

L’aeroporto si trova proprio in mezzo ad una gola contornata da montagne molto alte ad est e da una serie di colline ad ovest. La cosa che mi colpì al mio primo atterraggio fu la pista grooved, cioè non liscia, ma volutamente intervallata da cordoli di cemento che servivano a far perdere energia all’aeroplano in atterraggio e qualche dentiera ai passeggeri ignari del tipo di impatto al quale erano destinati.

L’altra cosa che mi incuriosì fu che la threshold (soglia), cioè la parte di inizio pista delineata da una sorta di strisce pedonali, aveva esattamente la funzione di far attraversare da una parte all’altra dell’aeroporto le persone. La seconda volta vidi un gregge di pecore che attraversava, con il pastore intento ad accelerarne il passo.

Fuori dall’aeroporto la situazione era non tanto diversa. Le strade erano disseminate di crateri, cioè buche talmente grosse che la Salerno-Reggio Calabria sembra un’autostrada tedesca. Di lato alle strade principali c’erano molti bunker. Sì, proprio così, dei bunker, delle casematte a forma di cupola con una sottile fessura che serviva al cecchino per sparare senza essere esposto al fuoco nemico. Erano innumerevoli. Non solo a Tirana, ma in tutta l’Albania che, non tutti ricordano, era una specie di colonia cinese. A differenza di tutti i Paesi dell’Est Europa, gli albanesi decisero di affiliarsi alla Cina e non all’URSS. Quando si dice la lungimiranza.

In un viaggio che feci nel 1994 con il mio amico albanese Illir (come se un italiano si chiamasse Italo), andai a visitare il lago di Ocride, al confine con la Macedonia. Ebbene, c’erano quattro strade: una verso Nord, una verso Est, una verso Sud, una verso Ovest. Fine delle strade statali. Per percorrere centosessanta chilometri impiegammo quattro ore e mezza. Arrivati ad Ocride, sembrava di essere tornato a Frittole, l’immaginario paese toscano del 1492 che Benigni e Troisi inventarono nel loro film “Non ci resta che piangere”. Non solo non c’erano macchine, ma anche i carretti trainati dagli asini avevano le assi di legno, come nel Medioevo. Era il 1994.

Questa era la situazione venti anni fa. Oggi, l’Albania ha fatto dei progressi notevolissimi. Soprattutto Tirana che è stata abbellita grazie all’opera di questo sindaco che si chiama Edi Rama, un ex-pittore e poeta che ha ridato linfa ad una città che sembrava uscita dalla seconda guerra mondiale. Un turista italiano che visiti domattina Tirana non può non notare che è molto più curata e pulita di Roma. Le strade non hanno più buche, l’illuminazione dei palazzi la fa sembrare una città storica, anche se negli ultimi cinquant’anni è stata solo il centro di un potere totalitario che impediva di conoscere cosa c’era fuori dai confini.

Ci saranno le elezioni politiche a breve e molte persone sperano che questo sindaco possa diventare primo ministro. Ci sono buone possibilità perché sono tornati a votare anche coloro che erano emigrati in Italia, in Grecia, in America. L’emigrante si reca all’estero inizialmente per un breve periodo, poi se si trova bene rimane, altrimenti nella maggior parte dei casi ritorna in patria, portando con sé un patrimonio inestimabile che non sono i soldi, ma una nuova testa.

Così successe nel mondo arabo, dove gli emigranti di ritorno non potevano più sopportare che il primo ministro nominasse suo successore il proprio figlio. L’egiziano che per qualche anno è venuto a fare il pizzaiolo in Italia, ha visto che bene o male in questo Paese si vota per decidere chi governa, che c’è libertà di espressione, che il benessere si acquisisce lavorando e prendendo iniziativa, che la Chiesa non interferisce con lo Stato. Forse l’esempio dell’Italia non è molto calzante, ma comunque il concetto è chiaro.

Anche a Tirana, c'è oggi una generazione di ragazzi nati con la TV italiana nelle case, con modelli di consumo occidentali, con possibilità di libera espressione, con una voglia di cambiare in meglio le cose, che si stanno orientando verso esempi positivi, con la speranza che le cose si possano cambiare. Il candidato premier ha già un contratto con Tony Blair come advisor politico per le eventuali riforme che saranno messe in campo. Passeggiando per Tirana si respira un clima di speranza, di orientamento fiducioso verso la politica, soprattutto spronati da leader che hanno, e prospettano, una visione ottimistica del futuro.

Insomma, ogni volta che vengo qui non vivo mai il presente, ma sempre una condizione asincrona: da venti anni dietro a venti anni avanti rispetto all’Italia.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(5 giugno 2013)

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