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Le mille paure

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Poche cose al mondo mettono paura come il volo. Quanti sono i passeggeri che, anche se non lo ammettono, se la fanno letteralmente sotto una volta saliti in aeroplano? Ovviamente, entrano con fare indifferente a bordo, ma sanno già che alla prima scossa di turbolenza le mani cominceranno a sudare.


Poi la lingua darà segni di secchezza spugnosa, la saliva si perderà nei meandri del corpo senza far affluire una singola stilla lì dove deve stare, il cuore batterà a martello e, soprattutto, pensieri strani cominciano ad affollarsi nella mente.

Lo ripeterò fino alla nausea: volare non può essere considerato una cosa normale. È quindi giusto avere quel moderato grado di ansia dovuto al fatto che, con tante variabili in gioco, non c’è mai la certezza assoluta di tornare a terra sani e salvi.

Invece, quando uno è seduto nella sua comoda automobile e percorre la sua solita strada conosciuta, si sente rilassato, accende la radio, risponde al telefono, supera tranquillamente i limiti di velocità, rallenta quando invece c’è scritto STOP, più tante altre attività ricreative che altrimenti non riuscirebbe a portare a termine una volta sceso.

Ecco, se mettiamo a confronto questi due ambiti, l’aereo e l’automobile, vediamo che a bordo del primo la paura è tanta e il pericolo è poco, mentre in auto la paura è poca e il pericolo tantissimo.

Non solo in Italia, ma anche in ogni altro singolo Paese europeo, ogni anno muoiono a causa di incidenti stradali una decina di migliaia di persone. Ho preso come riferimento l’Europa, perché è il continente anziano, cioè che ha paura di tutto, continuando ad emettere regole e dispositivi per la sicurezza. Pensa negli altri Paesi.

La cosa su cui bisogna riflettere, secondo me, è che ognuna di queste decine di migliaia di persone, non aveva scritto sul calendario che quel giorno sarebbe morta in un incidente stradale. Che è un po’ la traduzione del detto vigente in aeronautica, cioè che le emergenze non sono scritte sul foglio turni.

La paura è uno stato d’animo che ha una sua radice evolutiva: è grazie alla paura che noi cerchiamo cibo, ci difendiamo dalle aggressioni, sottostiamo all’Autorità, obbediamo al padre, studiamo la lezione per il giorno dopo, sopportiamo angherie da parte del datore di lavoro o i capricci dell’amata.

La paura mette in moto dei meccanismi fisiologici di risposta, e questo stato di allerta ci rende più vigili, più reattivi, più determinati. La paura, come lo stress che le è associato, deve essere gestita perché fino ad un certo punto è una componente anche salutare, ma raggiunge poi un punto oltre il quale diventa fattore inibente: il soggetto si immobilizza, i sensi si ottundono, la volontà si affievolisce, le forze ci abbandonano.

Viviamo nell’epoca della paura, cioè della percezione che da un momento all’altro possa scoppiare un cataclisma dal quale ci dobbiamo salvare. Si percepiscono, oggi, molti più pericoli di sessant’anni fa, eppure allora non c’era un angolo di mondo immune da guerre, distruzioni, fame e carestie.

Mia nonna ha messo al mondo sette figli, passando incolume attraverso due guerre mondiali. Era una contadina, non una che avesse tante garanzie sul futuro.

Oggi, molti non mettono al mondo i figli “perché hai visto che mondo”.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(29 luglio 2013)

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