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Altre mille paure

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La gente che ha paura si può gestire meglio, e non a caso i regimi dittatoriali e le varie mafie utilizzano da sempre questo strumento come arma primaria per soggiogare vaste masse. Tuttavia anche in democrazia lo strumento “paura” è largamente usato.


E' il caso delle cosiddette “democrazie catodiche”, dove tutto viene mediato dalla televisione ed esiste solo ciò che appare; qui la paura strisciante viene inoculata a piccole dosi giornaliere.

Se uno ascolta attentamente il telegiornale, si accorgerà che le notizie, indipendentemente dal loro contenuto, sono passate con un sottofondo ritmico che è superiore alle 120 battute al minuto. In alternativa, ci sono tamburi di guerra oppure uno sciamare a-melodico, sempre veloce, che spinge ad agitarsi.

Se mentre parlo con l’interlocutore batto la matita ad intervalli regolari di 50 battiti al minuto lo porterò, se non ad addormentarsi, a far diminuire il suo battito cardiaco. Lo tranquillizzo. Il telegiornale punta invece ad agitare per due motivi. Il primo è che quando il soggetto, sia che viva nella savana oppure in isolamento dal mondo, percepisce uno stato di paura tenderà a ricercare la cosa che lo fa sopravvivere in un ambiente così incerto: l’informazione. Abbiamo necessità di informazione per sopravvivere e questo a maggior ragione se ci sentiamo in pericolo. Quindi, questa tendenza della stampa a incutere paura è anche auto-referenziale. Più clienti potenziali che leggono il giornale o guardano i notiziari in TV.

Il secondo motivo è che la gestione delle paure collettive ha coinciso storicamente con la richiesta dell’uomo della Provvidenza che si prende cura di noi ed al quale occorre delegare quanto maggior potere possibile. Non credo che ci sia bisogno di esempi storici, perché abbiamo esempi di cronaca sotto gli occhi.

Ebbene, torniamo alla paura in aereo. A differenza di queste manifestazioni collettive che come abbiamo visto si imperniano sulla paura, a bordo chi comanda deve invece cercare di allontanare le paure sia con il linguaggio che con i comportamenti.

Dal punto di vista del linguaggio, mai citare alcune parole come “pericolo”, “incidente”, “emergenza” o tutto ciò che può riportare alla mente una disgrazia. Dal punto di vista dei comportamenti, è bene, ad esempio, evitare aree di turbolenza prolungate, normali per un pilota, ma un supplizio per un passeggero, oppure stare molto alla larga dai temporali, che con i loro fulmini, i lampi, le precipitazioni, fanno salire inutilmente il livello di adrenalina.

Le musiche di sottofondo sono ormai conosciute. Tutte con un tempo molto lento, nessun tamburo di guerra, nessun elemento ansiogeno che faccia pensare a qualcos’altro rispetto all’annuncio che si sta sentendo. Già questo è un approccio onesto alla comunicazione.

Recentemente, mentre effettuavo delle ricerche per la scrittura del nuovo volume di Human Factor, mi sono imbattuto in un elenco di paure, alcune delle quali a me fino ad allora ignote.

Ad esempio l’acatartofobia, ovvero l’avversione per lo sporco e per la polvere. Questa paura assilla il pilota più che il passeggero, considerate le aree del cockpit irraggiungibili mai pulite da alcuno.

Oppure la calliginefobia, ossia la paura, l’antipatia, o la difficoltà a rapportarsi con donne belle, sindrome che colpisce alcuni passeggeri quando vedono una bella hostess, diventando inutilmente aggressivi.

Invece la catisofobia, cioè la paura di sedersi affligge alcuni passeggeri che al momento della partenza ancora sono in piedi a sistemare i propri bagagli nella cappelliera, impedendo il rullaggio verso la pista di decollo.

La decidofobia è la paura di prendere decisioni ed affligge i piloti che stanno effettuando il corso comando, dove ogni loro considerazione, valutazione, decisione è registrata in modo formale per l’assegnazione delle funzioni di comando.

A questa paura si può aggiungere anche la nefofobia, vale a dire la paura delle nuvole, che a volte sono veramente spaventose. Questa fobia si associa di solito all’uranofobia, cioè la paura del cielo in generale, con le sue manifestazioni meteorologiche, e con i suoi abitanti abusivi di genere metallico.

In conclusione, dopo questa carrellata sulle varie paure a qualcuno sarà venuta la verbofobia, cioè la paura delle parole, soprattutto quelle che provengono dai sistemi di bordo, come Engine Fire.

antonio.chialastri(at)manualedivolo.it

(5 agosto 2013)

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