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Alitalia al capolinea

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Chi si chiedeva quale fosse il senso dell'ingresso delle Poste nella compagine azionaria di Alitalia CAI, ora ha forse una risposta: come da italica consolidata tradizione le lettere, quelle che dovrebbero definire i termini dell'accordo tra Alitalia e Etihad Airways, viaggiano sempre più lentamente.


Le due vicende sono nate praticamente insieme, sul finire del 2013, con l'aumento di capitale di 75 milioni varato da Poste Italiane proprio per fare ingresso in Alitalia. All'epoca ci fu chi andava favoleggiando di mossa strategica, perché le Poste già controllavano Mistral Air, una piccola compagnia specializzata nel trasporto di colli e corrispondenza, con una nicchia anche nel campo dei pellegrinaggi aerei.

Niente di più falso, perché Mistral Air, lungi dal poter fornire le prospettate sinergie, navigava a sua volta in pessime acque, al punto di dover essere ricapitalizzata per 10 milioni, per evitare di essere costretta a portare i libri in tribunale. La verità era un'altra: Alitalia aveva disperato bisogno di una iniezione di liquidità che le consentisse di sopravvivere fino alla chiusura del negoziato con Etihad, reso pubblico proprio in quelle settimane.

Una trattativa annunciata trionfalmente, e dipinta come rapida e foriera di future fortune per la nostra compagnia. Come siano andate davvero le cose è sotto gli occhi di tutti: la cosiddetta due diligence, la procedura che serve a chi compra per stabilire il reale valore degli asset che si appresta ad acquistare, anziché un mese ne è durata tre, e una volta finita ci hanno ammannito la stucchevole pantomima della "lettera di intenti", che secondo il politico di turno era "gia partita"... anzi no, "è attesa per domani"... o meglio "dovrebbe arrivare perché ormai il tempo stringe".

E quando alla fine è arrivata, ecco che è ricominciata la melina, e stavolta per dare agli emiri arabi la risposta. Che non è una risposta facile da dare, perché le condizioni poste per l'ingresso nel capitale di Alitalia sono abbastanza stringenti. Tanto per cominciare i futuri padroni non ne vogliono assolutamente sapere di farsi carico della pesante situazione debitoria di Alitalia, e hanno chiesto senza mezzi termini un aumento di capitale preventivo.

Non intendono nemmeno invischiarsi nei numerosi contenziosi di carattere giuridico che Alitalia si trascina dietro, e vedono di buon occhio una operazione come quella a suo tempo attuata tra la "vecchia" e la "nuova" Alitalia, con la costituzione di una bad company dove far confluire debiti, grane, asset non graditi e personale che non serve più.

Eh già, perché ovviamente ci sono anche gli esuberi, quantificati in 2251, tra i quali oltre 200 piloti provenienti dal settore del medio raggio, quello sul quale Alitalia-CAI ha scommesso in questi cinque anni a scapito del lungo. Ora gli arabi, che navigano a gonfie vele, dicono che è stata una strategia ottusa. Insomma, "capitani -forse- coraggiosi", ma totalmente sprovveduti.

Girano voci sempre più insistenti sulla possibilità che buona parte di questi piloti possa trovare impiego, sia pure a tempo determinato, proprio ad Abu Dhabi, perché contrariamente a quello che succede in Italia, in altre parti del mondo i piloti sono merce ricercata. Tanto ricercata che molti di quei quasi 900 che furono lasciati a terra dalla ormai famigerata "cordata dei patrioti" si sono trovati un lavoro all'estero, andando ad ingrossare le fila dei cosiddetti expat.

Ce ne sono, e ce ne ha parlato spesso il nostro Ivan Anzellotti, in Turchia, in India, in Estremo Oriente e nelle compagnie low-cost europee. E ce ne sono anche, e sono diverse decine, nella penisola araba. E molti di loro si sono accasati, ironia della sorte, proprio a Etihad Airways.

Insomma, mentre la "cordata dei patrioti" fortemente voluta da Berlusconi continuava a macinare perdite simili a quelle della "vecchia" Alitalia, nel Golfo si cresceva a dismisura anche grazie a chi, dalle nostre parti era stato messo alla porta.... e pensare che proprio i piloti erano stati additati all'opinione pubblica come i principali responsabili della crisi di Alitalia.

E mentre la fine della trattativa pare ormai destinata a slittare all'autunno, si fa finta di dimenticare che l'operazione CAI, oltre a causare la perdita di svariate migliaia di posti di lavoro, ha portato la nostra compagnia di nuovo sull'orlo del fallimento nel breve volgere di cinque anni. Un bel record per dei cosiddetti "imprenditori" che avevano ricevuto praticamente in dono quello che all'epoca PierLuigi Bersani aveva definito "polpa di Alitalia": niente debiti, struttura snellita, costo del lavoro ridotto, protezione di mercato sulla rotta Roma-Milano e gestione degli esuberi a spese dello Stato.

(22 giugno 2014)

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