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F-35, l'aereo della polemica - I

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1 - Cominciamo intanto col presentiarlo, come è d'uso fare tra persone bene educate, col suo nome completo: si tratta del Joint Strike Fighter Lockheed Martin F-35 Lightning II. Normalmente indicato con la semplice sigla F-35, la sua adozione è stata (ed è) al centro di roventi polemiche.


Il programma statunitense JSF (Joint Strike Fighter) per un caccia d’attacco comune a diverse forze armate intendeva ricavare vantaggi economici risultanti da un unico processo produttivo. L’idea consisteva nel produrre un aereo con capacità multiruolo e caratteristiche stealth (cioè in grado di essere rilevato con difficoltà da radar e sistemi optronici), con un software avanzatissimo. Le missioni che doveva essere in grado di svolgere erano enormemente differenti e realizzate, al tempo del progetto, da molti tipi differenti di aerei. Le principali erano: supporto aereo ravvicinato, bombardamento tattico, superiorità aerea. Tutte mansioni difficili da immaginare concentrate in un unico mezzo: di solito gli aerei che fanno molte cose le fanno in maniera insoddisfacente. La chiave della scommessa consiste nei programmi degli ordinatori di bordo e nelle capacità d’interconnessione informatica del mezzo.

Il contratto per lo sviluppo del progetto JSF venne firmato il 16 novembre 1996. Il contratto per il System Development and Demonstration fu vinto il 26 ottobre 2001 dalla Lockheed-Martin. Il 15 dicembre 2006 il prototipo ha compiuto il primo volo, la progettazione e la costruzione furono affidate ad un consorzio industriale costituito da Lockheed-Martin, Northrop e BAE System (britannica). Il 7 luglio 2006 l’USAF annunciò ufficialmente che il nome del velivolo era F-35 Lightning II, in onore al P-38 Lightning e all'English Electric Lightning, che operarono nella Seconda Guerra e durante la “guerra fredda”.

L’aereo è in configurazione spinta da un solo motore (Pratt & Whitney F135 - motore bialbero, turboventola, con postbruciatore, da più di 12.000 chili di spinta, sviluppo congiunto con Rolls-Royce e Hamilton Sundstrand) e con un solo pilota a bordo. Sono previsti circa tremila aerei delle varie versioni con costi di centinaia di miliardi di dollari a fine programma.

Progressivamente, proprio in considerazione degli alti costi del programma, il progetto è divenuto un consorzio internazionale che coinvolge nella progettazione, costruzione, manutenzione e sviluppo molti paesi, tra cui l’Italia. I livelli della partecipazione internazionale al programma sono di tre ordini e riflettono gli impegni finanziari dei diversi paesi circa la quantità dei trasferimenti tecnologici, l’impegno finanziario nel programma, e la priorità nell’acquisto dei mezzi.

Il partner principale degli Stati Uniti d’America è il Regno Unito, nel secondo livello c’è l’Italia insieme ai Paesi Bassi con contributi di circa un miliardo di euro, gli altri paesi partecipano secondo un “terzo livello” con quote inferiori ai 500 milioni. Nel complesso il programma ricorda quelli dell'F-104 Starfighter degli anni ’50 e dell'F-16 di metà anni ’70. Con l’F-35 si potrebbe ipotizzare un ciclo di un quarto di secolo nella generazione di caccia internazionali.

L’iter parlamentare in Italia è iniziato con il Memorandum of Agreement addirittura nel 1998 per la fase concettuale-dimostrativa, con un investimento di 10 milioni di dollari. Nel 2002, dopo l’approvazione delle Commissioni Difesa di Camera e Senato è stata confermata la partecipazione alla fase di sviluppo. Nel 2009 le stesse commissioni hanno espresso parere favorevole sullo schema di programma trasmesso dal Governo, che comprendeva l’acquisto di 131 F-35 al costo di 12,9 miliardi di euro, circa cento milioni al pezzo. Successive revisioni dell’impegno economico nazionale hanno portato al taglio di circa metà della commessa fino ad una soglia di circa 60 aerei delle varie versioni, ritenuti dai tecnici numericamente insufficienti agli obiettivi di difesa nazionale.

E’ stata stabilita per l’Italia una linea di montaggio/costruzione indirizzata a produrre tutti i mezzi ordinati in Europa e Medio Oriente. Recentemente la FACO (Final Assembly and Check-Out - linea di assemblaggio finale e messa a punto) è stata scelta anche come centro di MRO (Maintenance, Repair and Overhaul – manutenzione, riparazione e revisione), per le cellule, mentre per i motori è stato scelto l’impianto turco. Si tratta di lavorazioni per tutto l’arco operativo del mezzo, vale a dire almeno 30 anni. L’impianto italiano è stato realizzato presso l’aeroporto di Cameri, in provincia di Novara, e copre circa 40 ettari all’interno della base militare, con una ventina di fabbricati. Costato circa 795 milioni d’euro, impiegherà a regime circa mille addetti.

Le polemiche notevoli a cui è sottoposto il progetto, delle quali ci occuperemo prossimamente, riguardano tre ordini di fattori: quello tecnico, quello dei costi e quello ideologico. (continua)

(5 gennaio 2015)

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