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Mettiti nei miei panni - II

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(segue) II - I passeggeri hanno esperienze variegate ed è quindi normale che vedano il pilota in modo ambivalente. Per alcuni, il volo è una stanca routine che potrebbe svolgere chiunque, mentre per altri la professione del pilota rimane ancora avvolta dall'aura mistica di chi è riuscito a dominare gli elementi.


La ragione sta nel mezzo come quasi sempre accade, e coloro che pensano che volare non sia pericoloso si sbagliano di grosso: volare è pericoloso, ma sicuro. Sembra un ossimoro, ma la verità è che i pericoli di cui è disseminata l'attività di volo sono molti, ed è solo perché qualcuno lavora attivamente ogni giorno nell'identificarli e gestirli che si riesce a rendere il sistema sicuro.

La sicurezza è un concetto paradossale: quando c'è, non si vede. E c'è quindi chi, in questa apparente routine in cui non succede nulla di eclatante, vede la normalità. Da lì, a dire che lo possono fare tutti o che un computer può sostituire l'uomo il passo è breve. Molti anni fa Alan Turing, il padre della macchina che ha rappresentato l'antesignana del computer, disse a proposito di macchine: “Se una macchina è infallibile, non sarà intelligente; mentre se è intelligente, non sarà infallibile”. Questa massima è ancora valida.

Coloro che invece vedono nel pilota una specie di Superman, scevro da qualsiasi perturbazione, sicuro di sé, sono anch'essi sulla cattiva strada. Il pilota subisce, come tutti gli esseri umani, i colpi che la vita porta con sé. È impensabile che in una carriera trentennale non vi siano eventi stressanti, come un lutto, un divorzio, un trasloco (sì, è al terzo posto nella classifica degli eventi stressanti), un dissesto finanziario. Questi eventi lasciano il segno dal punto di vista dell'umore, della concentrazione, della capacità di lavorare in gruppo, della motivazione, etc.

La caratteristica dominante del pilota perciò non è l'equilibrio; che è semmai, la peculiarità del monaco tibetano. Il pilota, più che equilibrato, è un equilibrista. Deve riuscire a cavalcare le emozioni, a gestirle, riuscendo a lasciare i problemi sotto la scaletta dell'aereo, per poi riprenderli dopo l'atterraggio. In termini psicologici, si dice che deve essere “resiliente”, cioè capace di assorbire le perturbazioni mantenendo, con una buona flessibilità, la sua robustezza psichica.

La cosa che deve tranquillizzare i passeggeri, in realtà, poggia sulla domanda che si pone il Comandante incaricato di affidare le funzioni di comando ad un pilota. Questa domanda è molto semplice: “Manderei in miei figli sull'aereo con questo pilota?”. Se la risposta è sì, il pilota diventa Comandante.

Se i giudici si ponessero questa domanda quando scarcerano dei criminali pluri-pregiudicati sulla scorta di presunte “buone condotte” probabilmente avremmo meno ricadute dal punto di vista della delinquenza. Se un primario si facesse questa domanda quando affida un reparto ad un dottore, avremmo buone chances di diminuire gli eventi sentinella.

Pensare di scoprire, attraverso dei test psicologici, eventuali patologie psichiche nascoste è un'ipotesi molto azzardata. In compenso, ci potrebbero essere molti “falsi positivi”, cioè piloti assolutamente normali (per quanto possa essere normale una persona disposta ad atterrare a 300 km/h in mezzo alla nebbia) che vengono ritenuti non idonei a seguito di questi colloqui.

Ma i giornali hanno scritto che il Copilota, che anche secondo l'opinione pubblica è il responsabile della tragedia, aveva messo in atto di proposito un piano distruttivo. E le investigazioni posteriori sono andate a cercare tutti i segnali premonitori di questo supposto disagio e finalmente hanno scoperto che una volta Lubitz ha inveito contro la sua fidanzata.

Se dovessero togliere i brevetti ai piloti per questi eventi, a me avrebbero tolto anche la patente B.

(28 agosto 2015)

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