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La fuga dei cervelli

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A chi, come un pilota, gira per il mondo per lavoro, capita sempre di incontrare prima o poi qualche connazionale che è andato a cercare fortuna altrove, e le persone di nazionalità italiana o discendenti da italica stirpe che si incontrano sono generalmente molto in gamba.


Hanno la classica marcia in più, solo che per camminare sono dovuti emigrare. Una volta, si andava via con la valigia di cartone e si ricominciava da zero, passando per Ellis Island oppure per i porti di Sydney, Buenos Aires, o Città del Capo.

Quello che è cambiato con il tempo è la natura dell’emigrante. Come ricordava Troisi, sembra che un napoletano non possa viaggiare; può solo emigrare. Oggi invece il fenomeno è trasversale e riguarda il liceale di Sondrio come il laureato palermitano, l’informatico delle Marche come l’imprenditore barese.

Mio figlio Niccolò alla tenera età di vent’anni è stato costretto da un dispotico padre a trascorrere un anno sabbatico addirittura in Australia. Ovviamente, il tutto sempre a spese del dispotico padre, il quale, alla sua età, l’anno sabbatico lo aveva trascorso nel Regio esercito. Oltretutto, il mio reparto era stanziato nella ridente cittadina friulana di S. Vito al Tagliamento, dove purtroppo vi era una cronica mancanza di scuole di surf.

Diciamocelo, va molto di moda, oggi, lamentarsi della fuga dei cervelli, come se questo fenomeno fosse tipico di questo preciso periodo storico. È vero, l’Italia è il secondo Paese europeo per emigrazione, dopo la Romania. Solo che da lì vanno via le braccia mentre qui ci lasciano i cervelli. Diciamo che importando braccia ed esportando cervelli manteniamo il quoziente intellettivo al livello ideale per la sopravvivenza del più adatto, cioè i furbi, gli arraffoni, i disonesti. Altrimenti, perché mai lasciare un Paese così bello, che detiene il primato assoluto delle opere d’arte mondiali, un clima meraviglioso, dei paesaggi mozzafiato, un cibo che ci invidia tutto il pianeta?

Devo dire che una mezza idea del perché queste persone vadano via me la sono fatta. Solo che ho cercato di contestualizzare questo fenomeno all’interno di un orizzonte temporale più ampio. Ogni volta che passo per l’EUR mi viene da riflettere sull’epigrafe posto sul cosiddetto Colosseo quadrato, cioè il palazzo della civiltà italiana: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”.

L’insegna però dimentica di ricordare cosa fa l’Italia a questi nobili esponenti della stirpe italica. Santi ne abbiamo avuto a bizzeffe, ma quasi tutti hanno fatto una brutta fine. Nei quadri del Cinquecento si può ammirare in tutte le salse la fine di San Sebastiano, un martire romano, trafitto dalle frecce. Non parliamo di S. Francesco che era visto come un pericoloso sovversivo. Uno scettico potrebbe obiettare che se uno non viene martirizzato, che santo è?

Giusto e allora proviamo a pensare agli scienziati, tipo Galileo, che fu minacciato di essere bruciato nella pubblica piazza, se non avesse abiurato alle proprie insane idee di contraddire la Chiesa. Non così fortunato fu un altro pensatore come Giordano Bruno, al quale la minaccia non fu nemmeno recapitata e fu arso vivo a Roma.

Poeti ne abbiamo avuti tanti, tra i quali il Sommo Poeta, che però fu esiliato per venti anni e ricevette nel frattempo due condanne a morte. Artisti ne abbiamo avuti a bizzeffe, ma l’Italia ha fatto di tutto per sbarazzarsene, come Michelangelo Merisi detto Caravaggio, che è stato ricercato per mare e per terra. Né è raro il caso di letterati che hanno avuto fortuna fuori dal Belpaese, come Pietro Metastasio, che dovette cercare fortuna a Vienna.

Marco Polo, è stato sì un grande navigatore ma anche lui sperimentò i ceppi della galera, a Genova, dove dettò le proprie memorie al suo compagno di cella, Rustichello, al quale dobbiamo la pubblicazione del Milione.

Un altro navigatore che si ispirò a Marco Polo fu Cristoforo Colombo, il quale se non fosse andato in Spagna a cercare finanziamenti, con quello che erano disposti a dare gli italiani, avrebbe al massimo organizzato una gita all’Isola d’Elba. Anche lui passò dalle stelle alle stalle e dopo aver scoperto l’America fece altri viaggi e poi fu incarcerato per non essere da meno del suo idolo Marco Polo. A dir la verità, Colombo sbagliò strada, avendo fatto calcoli errati e fu convinto fino alla sua morte di aver scoperto la Cina passando da Ovest. Un po’ come mia moglie che inventa problemi inesistenti a cui dà soluzioni sbagliate, ma dato che il problema non sussiste, il risultato è comunque positivo.

Vabbè, ma ci sarà qualcuno, come ad esempio il più grande genio che l’umanità ricordi, Leonardo da Vinci, il quale però, ahimè morì anche lui all’estero, precisamente ad Amboise.

E che cavolo, ma almeno nella musica ci sarà stato qualcuno apprezzato! Mica tanto. Il più grande di tutti, Giuseppe Verdi, si lamentava spesso dalla sua abitazione parigina, del degrado delle istituzioni musicali italiane, senza considerare che fu bocciato all’esame di ammissione al Conservatorio.

L’altro Giuseppe, Garibaldi, l’eroe dei due mondi, non si chiama a caso così, perché anche lui dovette andare fuori a cercare fortuna. Una figura veramente eroica, straordinaria, con una biografia fuori dal comune, che però alla fine dovette rassegnarsi ad obbedire a un Re che gli aveva fatto fare il grosso del lavoro per limitarsi a dire: “Obbedisco”. Anche Giuseppone fu condannato a morte come cospiratore, dopo aver abbracciato gli ideali della Giovine Italia. Essere riuscito a sfuggire alla cattura e all’esecuzione è già un miracolo, senza considerare che tutto ciò lo spinse a cercare fortuna altrove. Anche dopo l’unificazione del Belpaese, fu incarcerato, con soggiorno obbligatorio a Caprera, e per brevi periodi anche in altre carceri italiane.

Cosa dire? Sembra che questo Paese produca spontaneamente talenti, ai quali poi si diverte a fare la guerra, come fosse un novello Crono che divora i suoi figli.

C’è da dire che se l’esilio volontario dalla nostra crudele terra porta poi alla Divina Commedia, alla scoperta dell’America, all’invenzione della radio, all’Aida, e a tante altre cose, possiamo forse benedire questa strategia vincente di un Paese che come un sergente di ferro, mette a dura prova i migliori per tirarne fuori le potenzialità.

L’unico che ha provato a fare qualcosa per la fuga dei cervelli è stato Berlusconi, il quale dopo che gli hanno detto: “Silvio, fuga; con la u” ha avuto un brusco calo di interesse, lasciando cadere la questione.

E chissà che da qualche parte uno sconosciuto italiano non stia già inventando la scoperta del futuro, proprio grazie a questo disinteresse.

Cosa non si fa per vedere il bicchiere mezzo pieno.

(21 ottobre 2015)

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