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La valigia della hostess

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Il bicchiere è notoriamente mezzo pieno o mezzo vuoto, secondo i punti di vista. Anche la valigia della hostess. Dipende solo di che cosa è piena, quando è mezza vuota. Mercurio? Tungsteno? Rivestimento architettonico di ghisa per la parte interna della valigia? Nessuno lo sa, e credo non sia facile appurarlo.

Su una cosa concordano tutti: il peso. Dai cinquanta chilogrammi per borsette anche insignificanti di piccolissime dimensioni, agli oltre ottanta che fanno pensare ad un esportazione clandestina di filippino, o famiglia di filippini, a seconda del volume della valigia.

D’altra parte, povera stella, come rinunciare a portare per un turno di due giorni la macchina da cucire portatile? Come lasciare a casa il bilanciere pieghevole con tanto di appendici da palestra?

Da perfetto gentleman, inizialmente aiutavo chiunque ad issare la borsa da terra all’altezza del primo gradino dell’autobus intercampo, quello che porta gli equipaggi a bordo degli aerei. Un tragitto, quello da terra al primo gradino, non più alto di trenta centimetri.

Inizialmente, la lussazione alla spalla la collegavo a qualche partita a tennis alla quale non ero più abituato. Strano perché io gioco di destro e la spalla infortunata era sempre la sinistra. Sarà. Qualche anno dopo, quando lo stiramento si propagava velocemente anche nella parte inferiore destra lombare, non potevo più dare la colpa al tennis, poiché nel frattempo ero passato a gare di amatriciana e carbonara e l’addominale sblusato mi dona “quel non so che”.

Ma gli strappi lombari non me li spiegavo. Così come non mi spiegavo la faccia afflitta del pilota gentile, che appena arrivato a bordo si beccava il mio solerte rimprovero: “Ma come, dobbiamo ancora cominciare a lavorare e già sei stanco?”... la faccia da Lupo Alberto era abbastanza esplicativa per continuare ad infierire.

In quelli rozzi, invece, non si notavano mai segni incipienti di affaticamento. Sorriso paraculo alla: “eh, la so lunga io”, occhiali da sole perfettamente lucidati e vai col “what’s american boys”.

Da una accurata indagine, svolta con pazienza da certosino, sono arrivato a delle conclusioni. Il fine è sempre quello: la selezione naturale. Il pilota gentile prima o poi muore di ernia, lasciando il campo libero solo a piloti rozzi, i quali non ci pensano proprio a tirar su valigie. La hostess si vede obbligata a issare la sua valigia da sola, sviluppando bicipiti da camionista. Insieme a queste modificazioni morfologiche si accompagna anche una mutazione caratteriale che la porta a preferire la compagnia di tipi rozzi.

Da lì il detto: la selezione naturale prima li fa e poi li accoppia.

(6 dicembre 2009)

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