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Sono solo canzonette - I

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I - Per un viaggiatore, spostarsi per il mondo comporta il dover modificare costantemente le proprie abitudini, che come si sa, sono il motore della vita. Anche se possono sembrare fatti secondari, sono molte le attività quotidiane vengono alterate.


Dal sentire la calata di lingue straniere all'assaggiare di cibi diversi, dal percepire un clima differente al vedere abiti e acconciature inusuali. Tutto ciò ti dice: “Non sei a casa; occhio”. La quantità di energia mentale necessaria per decodificare l’ambiente è elevatissima, anche se poi uno non se ne accorge più.

C’è una cosa però che a noi italiani ci fa sentire a casa: la musica. Ovunque vada, l’italiano sa che dopo tre canzoni passate per radio lui ascolterà una canzone nel suo idioma, con la ritmica e la melodia familiari. Non è poco. Eppure, noi non ci rendiamo neanche più conto di cosa significhi la musica, che oggi è pervasiva, accompagnandoci per tutto il corso della giornata.

Sono pochi i cittadini del mondo che possono dire di ascoltare la musica familiare anche quando sono all’estero. Ovviamente, gli inglesi e gli americani, dato che ne hanno fatto l’ennesima industria. I brasiliani e i caraibici non sono da meno perché quando si tratta di ballare non si fanno pregare due volte. E poi ci siamo noi. Il timbro italiano, il marchio di fabbrica dell’arte di Euterpe, la musa della musica, ce lo abbiamo dentro da quando nasciamo. E non da oggi. Da sempre.

Il rapporto che noi abbiamo con la musica si perde nella notte dei tempi, ma le prime testimonianze storiche, cioè i documenti, un qualcosa che ne attesti la nascita come disciplina studiabile, risalgono all’XI secolo, quando un monaco italiano, Guido d’Arezzo, decise di scrivere la musica su carta. Un po’ il Gutenberg delle sette note. Dal quel momento la musica si è potuta trasportare, studiare, analizzare, modificare, memorizzare, archiviare e tutto ciò senza bisogno di suonare una nota. Un italiano ha inventato la scrittura musicale come la conosciamo e ancora oggi poco è cambiato da allora. Il concetto di un pentagramma su cui sono scritti dei pallini neri ha resistito mille anni.

Gli italiani hanno inventato gli strumenti, come il pianoforte creato da Benedetto Cristofori, e negli altri hanno sempre raggiunto vette inarrivabili come i violini di Stradivari, di Guarnieri del Gesù, di Amati. I nostri compositori hanno fatto la storia e non si può negare il fatto che la lirica sta all’italiano come il computer sta all’inglese.

Dopo che Monteverdi inaugurò il melodramma a fine Cinquecento, una miriade di artisti italiani andarono in giro per l’Europa a mettere su teatri dove si potesse “recitar cantando”. Anche la grand operà francese è stata inventata da Jean Baptiste Lully, che però fu nazionalizzato transalpino, essendo anche lui di origini italiane.

Verdi, Rossini, Puccini, Donizetti, Leoncavallo, Bellini, e potremmo continuare per ore a elencare compositori italiani universalmente riconosciuti come maestri indiscussi di quest’arte, sono solo una parte del nostro patrimonio musicale.

E anche oggi, la musica italiana rappresenta un brand nel mondo. Quando andavo in Brasile e mi capitava di suonare la chitarra con ragazzi brasiliani che suonavano queste ballad bossa nova meravigliose mi sentivo richiedere “toca Ramazzotti”, cioè suonami Ramazzotti. È chiaro che dopo aver sentito suonare Roberto Carlos, Caetano Veloso, Vinicius de Moraes, un po’ di imbarazzo mi prendeva.

Eppure loro erano entusiasti di sentirla: pensavano che la loro musica (che suonava alle mie orecchie meravigliosa) fosse roba da vecchi, acqua passata. (continua)

(27 gennaio 2016)

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