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La terrazza più bella del mondo

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Era l'alba di un nebbioso giorno d'inverno in un aeroporto del nord Italia, e da quel giorno sono ormai passati diversi anni e svariate migliaia di ore di volo. Sono perfino andato in pensione, nel frattempo, e sono anche diventato nonno, ma certe cose non si dimenticano.


Ai bordi della taxiway rade chiazze di neve ingrigita e sporca, mentre l'aereo si muoveva lentamente nella nebbia, incanalato nel traffico che scorreva con prudenza verso la pista di decollo. Accanto a me, pilota di linea alle primissime armi, il comandante ormai alle soglie della pensione sembrava impaziente, come se avesse paura di accumulare troppo ritardo.

Eppure non era così: sapendo che le condizioni erano critiche, avevamo addirittura chiesto un prelievo anticipato dall'albergo, in modo di arrivare in aeroporto con tutti i margini necessari per fare le cose con calma e per bene. E poi, e una rapida occhiata all'orologio me lo confermò, eravamo quasi perfettamente in orario.

Nonostante ciò percepivo alla mia sinistra una strana tensione, che vieppiù mi pareva strana in quel vecchio comandante istruttore. Uno di quelli che dovevano averne visti di tutti i colori, uno di quelli il cui solo nome destava apprensione in chi si apprestava a “passare un check” con lui, uno di quelli, insomma, che immagineresti sempre calmo e saldo come l'acciaio… figuriamoci se poteva impressionarlo un decollo nella nebbia...

Però stranamente, anche nell'abituale e monotona litania del botta e risposta delle check-list, io continuavo a sentire nella sua voce una sorta di impazienza ansiosa, mentre con la coda dell'occhio lo vedevo scrutare il cielo sopra di noi, che si andava pian piano schiarendo.

E poi arrivò il nostro turno, motori al massimo e piedi ben appoggiati sui pedali dei freni per trenta secondi: è quello che noi chiamiamo run up, e serve a far sì che l'impianto di sghiacciamento dei motori faccia il suo lavoro, sciogliendo via dalle prese d'aria eventuali accumuli di ghiaccio che, in caso di ingestione, potrebbero provocare perdita di spinta e danni ai motori.

E finalmente via: mollati i freni l'aereo balzò avanti di colpo, con la brusca accelerazione a schiacciarci contro i sedili… ottanta nodi... cento... con le luci di pista sempre più veloci sotto la pancia… centoventi nodi (oltre duecentoventi chilometri all'ora)... Vr, velocità di rotazione... cloche indietro… positive climb, variometro positivo… gear up, carrello dentro.

Decollo regolare, alla quota di trecento metri, ancora immersi nella nebbia, la prima virata e poco dopo, l'aereo inclinato sulla sinistra, ci ritrovammo d'improvviso nel sereno.

Nemmeno una nuvola, e alla mia destra, nella luce scintillante del freddo cielo invernale, le montagne, con le cime già illuminate dal sole appena sorto e i fianchi, coperti dalla neve abbondantemente caduta nei giorni precedenti, che degradavano in fantasmagorica cascata verso il freddo grigio-azzurro della nebbia dalla quale eravamo appena usciti.

L'intero arco alpino, perfettamente visibile per decine e decine di chilometri, sembrava una ciclopica, bianca scogliera a strapiombo sul mare caliginoso sotto di noi, offrendo una vista da mozzare il respiro.

Fu proprio allora che dalla mia sinistra arrivò, finalmente calma e rilassata, la voce del comandante: “Ecco, siamo arrivati in tempo: questo ti volevo far vedere… è la terrazza più bella del mondo, e noi ci siamo comodamente affacciati...”.

(12 febbraio 2016)

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