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Voli da e per Milano

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Qualche giorno fa spolverando ad uno ad uno i libri della biblioteca di casa, operazione noiosa che svolgo mediamente ogni 10 anni e sfido chiunque a dire che lo fa più spesso (passare lo spolverino sopra, son tutti bravi), è spuntato fuori un libretto intitolato: “Voli da e per Milano”.


Il breve scritto, dalla copertina celeste cielo, stampato e rilegato, mi fu regalato circa venti anni or sono, da M.F., un collega assistente di volo, al termine di un turno di “navette” Roma-Milano, e reca un significativo sottotitolo: “l’incubo continua”.

Questo sottile libricino è rimasto schiacciato a lungo fra “Psicopatologia della vita quotidiana” e “l’interpretazione dei sogni”, due pietre miliari dell’opera di Freud. La posizione era piuttosto simbolica in effetti, tanto che mi sono domandata se lo avessi messo io lì, consciamente o inconsciamente. Mentre seguivo queste riflessioni mi sono ritrovata seduta sul divano, ben felice di poter “dimenticare” le faccende domestiche, tanto utili quanto barbose, e di abbandonarmi a spolverare qualche ricordo o emozione di un tempo che fu.

Fin dalle prime righe un flashback mi riporta ad alcuni riti e miti, agli amarcord dei tempi dell’Isola del Sale, ovvero di un’Alitalia ormai morta e sepolta. Bisogna premettere che correvano gli anni 1997-98, periodo difficile per Alitalia che stava entrando in un loop depressivo senza ritorno. Erano molti i responsabili di questo suo stato. Il top management, ad esempio, gestiva da anni in modo nevrotico le sue risorse, implementando spesso strategie di business disfunzionali, i sindacati, succubi di un delirio di onnipotenza creativa della dirigenza, accordavano il placet per la nascita di una gemella di Alitalia, uguale ma diversa, e finanche il governo, per calmare una corrente interna che procurava un forte mal di pancia, inghiottiva una medicina, chiamata “cattedrale nel deserto”.

Alcuni riferimenti esemplificativi sono piuttosto intuitivi: la chiusura della linea Roma-Bangkok-Sidney (sempre in overbooking), la nascita di Alitalia Team e di Base Malpensa. Alitalia peggiorò, in balia com’era di una leadership schizoide che tirava un po’ di qua, un po’ di là, la cui mano destra non sapeva cosa faceva la sinistra e che con un piede cercava di correre avanti mentre l’altro tentava di tornare indietro. Peggiorò dunque la nostra cara Azienda fino al tracollo psicotico conclamato nel 2008, quando venne messa sotto sedativi, in Amministrazione Straordinaria, non essendo più in grado di intendere e di volere.

In questo scenario, le “navette” erano state fra i primi elementi sintomatici del malessere. L’ufficio Programmazione, le cui vittime designate erano piloti e assistenti di volo, aveva “studiato” degli avvicendamenti di volo, fra gli aeroporti di Fiumicino e Linate, che dire ripetitivi non rende a sufficienza l’idea. Le “navette” erano un “avanti-ndrè” maniacale, FCO-LIN, LIN-FCO, FCO-LIN, ecc… per giorni e giorni, una vera e propria coazione a ripetere, programmata sul turno.

Ogni mese il personale navigante, volava, in questa maniera, senza che esistesse, una procedura in essere per inviare un ispettore dell’IML (Istituto di Medicina Legale) a verificare che le strutture e le funzioni aziendali preposte fossero mentalmente sane.

I naviganti di Alitalia, con un atto di forza della volontà sul sentimento e sulla ragione che lottavano entrambe per opporsi, ogni mese riuscivano, nonostante tutto a svolgere bene il loro lavoro e a non marcare vista psichiatrica a IML.

M.F., volteggiando in questo insano tourbillon di voli “da e per Milano”, stretto fra mille richieste performanti, anziché precipitare nell’alienazione mentale e poter garantire le emergenze in caso di necessità, motivo principale per cui stava a bordo, partorì l’idea di questo libricino catartico.

(16 febbraio 2017)

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