Se il pentito si lamenta PDF Stampa E-mail
Scritto da Silvana Lovera   

Non è una novità che a bordo degli aerei di linea, salgano, accompagnati dalla scorta, mafiosi provenienti da carceri di massima sicurezza, per partecipare a processi che si svolgono in qualche aula bunker dislocata sul territorio italiano; che un pentito di mafia si lamenti del volo è però, almeno per me, una novità.


Il pentito in questione, secondo quanto riportato da una notizia apparsa sul Giornale di Sicilia, doveva deporre al processo sull’omicidio di un penalista palermitano. Ma, arrivato davanti ai giudici, si sarebbe lungamente lamentato in merito al volo che non era stato affatto di suo gradimento in quanto si era ritrovato in cabina passeggeri proprio col mafioso da lui accusato di omicidio.

Fra i due malavitosi, incontratisi “casualmente” a bordo, seppur seduti uno nella parte anteriore ed uno nella parte posteriore dell’aereo, pare che siano volati da una parte all’altra della cabina scambi di insulti piuttosto pesanti e che le scorte della Polizia Penitenziaria abbiano dovuto darsi parecchio da fare per calmare gli spunti aggressivi di entrambi.

In questa vicenda non stupisce che i due criminali abbiano dimostrato di non conoscere il galateo delle buone maniere, risultando notoriamente critica l’area della gestione degli impulsi in soggetti omicidi (ad uno studio col test di Rorschach di I. Munnich) ma sorprende piuttosto come sia stato possibile imbarcare sullo stesso volo di linea due soggetti con un notorio, alto profilo di incompatibilità.

Il motivo più probabile di questo spiacevole incontro/scontro potrebbe essere dovuto al fatto che, vigendo il riserbo più assoluto sugli spostamenti dei collaboratori di mafia e dei capi mandamento di Cosa Nostra, la presenza sul volo del pentito fosse sconosciuta a chi ha prenotato il volo del mafioso o viceversa. La prenotazione dei voli non è certo stata affidata ad un’agenzia di viaggio ma credo sia stata organizzata dal Ministero di Giustizia che magari si è trovato di fronte a segreti insormontabili, incomunicabilità fra settori e/o imprevisti… che ne sappiamo noi?

In ogni caso, viaggiando su aerei di linea, tutte le procedure di trasporto di criminali e stragisti mafiosi si svolgono sempre nella massima sicurezza in modo che i passeggeri non si accorgano di nulla e volino nel massimo confort, anche se qualche inconveniente può succedere come abbiamo visto.

L’equipaggio, in accordo con le regole di Compagnia deve coordinarsi con la scorta che accompagna il malavitoso di turno. La polizia penitenziaria appena salita a bordo conferisce con il comandante in merito alla sistemazione, armi, manette “con o senza” e controllo del personaggio sottoposto alla massima sorveglianza (a volte anche in bagno “sottoscorta”) e interloquisce con il personale di cabina per ogni necessità, per far sì che tutto avvenga nel massimo rispetto degli altri passeggeri.

Pescando nei ricordi del mio passato professionale, mai avrei creduto che, nell’espletamento delle mie mansioni di assistente di volo, un giorno mi sarebbe toccato condividere un volo col pluriomicida, stragista col tritolo, oggi collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca. E’ vero che il motto degli equipaggi di Alitalia è “sempre pronti” ma questo mi pareva a quel tempo, giovane di compagnia, persin troppo.

Erano gli anni novanta e lo Stato aveva ingaggiato una lotta furibonda con la mafia, senza esclusione di colpi da ambo i lati, per affermare chi comandava in Italia. Quel giorno ero uscita di casa come al solito tranquillamente per partire per un turno di volo con avvicendamenti nazionali. Al briefing il comandante ci annunciò che sarebbe arrivata a bordo una scorta con un detenuto e chiese di mandare a colloquio da lui, appena possibile, il caposcorta.

Di norma, neppure noi conoscevamo il nome del carcerato, e fu per puro caso che scoprii che stavamo viaggiando con colui che aveva spietatamente assassinato e sciolto nell’acido un ragazzino, figlio di un pentito. Uno degli svariati sacchi con dentro i faldoni degli atti processuali, appena deposto nella cappelliera da un agente della Polizia Penitenziaria, non era stato ben sigillato ed un raccoglitore era sgusciato fuori da un lembo di stoffa lasciando leggere a chiare lettere sul frontespizio il nome del malavitoso.

Ancor prima di pensare qualsiasi cosa e dopo aver rivolto un rapido sguardo al soggetto “speciale” trasportato quel giorno, chiusi con un guizzo la cappelliera, prima che salissero i nostri passeggeri e si rendessero conto di viaggiare con tale “personaggio” ed evitare così qualsiasi problematica.

“Prego del caffè, un succo d’arancia, gradisce dei biscotti, dei salatini...”  mi ritrovai a chiedere al feroce capomafia di San Giuseppe Jato con la voce più normale possibile. Le mie mani deposero il bicchiere sul tavolino mentre lui si apprestava a bere e mangiare con i polsi ammanettati. I sei agenti di scorta, d’accordo con il comandante del volo, avevano deciso di non togliere le manette al boss che incuteva una certa soggezione, vista la sua fama di “scannacristiani” a mani nude, seppure fosse legato e marcato stretto in un angolo in fondo all’aereo.

Probabilmente a breve, grazie ai progressi dell’informatica e alla Riforma Orlando, verrà posta fine a questa “usanza” pluridecennale e sarà possibile utilizzare collegamenti video nei processi di mafia, terrorismo e criminalità organizzata. In sostanza i mafiosi e i pentiti reclusi parteciperanno al dibattimento processuale a distanza e, salvo eccezioni, questa diverrà la modalità ordinaria.

Con il processo telematico gli atti processuali sono dematerializzati e non viaggiano più in sacchi stipati in cappelliera, non si correrà più il rischio di dover assistere ad aggressioni verbali a bordo o lamentele rivolte ai Magistrati perché il pentito di mafia non ha gradito il suo viaggio aereo.

(26 aprile 2018)