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A corto di piloti?

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Praticamente tutte le settimane, sulla stampa di settore e non, esce un articolo che profetizza la necessità di migliaia di nuovi piloti nel prossimo futuro. Una volta lo dice la Boeing, un’altra volta è l’Airbus, e poi è il turno delle scuole di volo. Ma i diretti interessati, piloti e aspiranti piloti, cosa dicono?


A dar retta a queste previsioni viene da credere che le compagnie aeree siano disperate e non sappiano più a chi far pilotare i propri aeroplani, ma ve lo dico francamente: a me non sembra proprio!

Come in tutti i settori dell’economia anche in aviazione si segue la regola della domanda e dell’offerta, e quindi se mancano i piloti mi aspetterei di vedere un miglioramento delle condizioni contrattuali e una semplificazione dei processi di assunzione.

Invece, ancora riscontro che molte compagnie offrono contratti ridicoli, o addirittura fanno ricorso al “pay to fly”, la vergognosa pratica per cui è il pilota che deve pagare la compagnia per volare, allo scopo di accumulare le preziose ore di volo che arricchiscono il proprio curriculum.

La realtà è che sempre meno ragazzi sono attratti dalla professione del pilota perché negli anni il bilancio tra benefici e sacrifici si sta orientando sempre più verso i sacrifici, e le scuole di volo non sanno più cosa inventarsi per riempire le loro classi.

Non è un caso che tra le agenzie di ricerca del personale di volo vada ormai di moda pubblicizzare gli annunci di lavoro per copiloti promettendo un veloce avanzamento di carriera a comandante, come se il ruolo di comandante fosse una mountain bike da regalare comprando un set di pentole.

Spesso siamo proprio nel campo delle bugie, cioè si viene assunti da copilota ma poi il corso comando non arriva mai. Laddove invece i comandanti servono per davvero, ma stipendi e condizioni generali non attraggono nessuno, si abbassano i requisiti minimi in modo da affascinare piloti giovanissimi e senza esperienza che accetterebbero di tutto pur di realizzare presto il sogno di sfoggiare le quattro strisce sulla manica. E chi li biasima?

Ed è vero che a livello globale si comincia a sentire una certa carenza di piloti, ma i management delle compagnie aeree non vogliono cedere i loro bonus milionari e invece di creare le condizioni affinché i propri piloti siano felici e non si dimettano, e nuovi piloti abbiano voglia di unirsi alla squadra, preferiscono far fallire le compagnie.

Non a caso Ryanair è in preda a scioperi a raffica, e altre realtà asiatiche cancellano destinazioni per mancanza di personale.

Proprio ieri ho ricevuto l’ennesima email da una agenzia per informarmi di una compagnia (sempre la stessa) che è veramente in disperato bisogno di piloti.

In inglese il testo riportava: “…my client is badly in need of pilots”! Il punto è che se fosse una compagnia appena nata avrebbe anche senso, ma visto che ha iniziato le operazioni dieci anni fa è ovvio che deve esserci qualcosa di profondamente marcio se nessuno vuole lavorare per loro. E sapete qual è il problema? Che il corso per diventare comandante è a pagamento.

Altro che professionalità. Anche il comando fa parte del business, e non tutti sono disposti a pagare per fare il salto di carriera dopo aver magari già pagato cento cinquantamila euro per la licenza di volo e il type rating su un aereo di linea.

In Europa il mercato del lavoro in aviazione è inquinato dalla trasformazione di fatto delle compagnie aeree in scuole di volo, in cui il pilota perde il suo ruolo originario, in cui rappresentava un investimento a lungo termine per il successo dell’azienda, e diventa egli stesso una fonte di guadagno diretto.

Non importa se il pilota lavorerà solo pochi anni per poi trasferirsi in compagnie maggiori in giro per il mondo, perché verrà sostituito da un altro pronto a mettere mano al portafoglio. E il business della scuola di volo continua.

Per trovare un mercato dove il principio della domanda e dell’offerta funzioni, bisogna andare a Est, nella lontana Cina, dove i comandanti mancano per davvero e l’espansione delle compagnie sembra senza sosta e quindi, giustamente, vengono offerti stipendi milionari e turni di lavoro da pendolare, cioè alternando un mese di lavoro a un mese di vacanza.

Ma a quanti vedono l’Asia come valida alternativa all’Europa, anzi, come il posto giusto per guadagnare stipendi da capogiro lavorando anche poco, suggerisco di sbrigarsi a fare le valigie. Le scuole di volo locali sfornano centinaia di piloti all’anno e ho forti dubbi che la necessità di piloti stranieri durerà ancora per molto tempo.

Forse alla fine dei conti non sono affatto i piloti che mancano all’appello, ma i manager con passione che hanno a cuore il bene dell’azienda, quelli che lavorano per garantire una lunga vita alle compagnie aeree e non le trattano invece come un bancomat da sfruttare fino alla fine, lasciandosi alle spalle danni incalcolabili che sono sempre i dipendenti a dover pagare.

(13 ottobre 2018)


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