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La cultura professionale

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Addentrandoci nei presupposti della nostra professione, dobbiamo considerare la gran quantità di informazioni che dobbiamo elaborare e la conoscenza di fondo che permette di inquadrare tali informazioni. Il modello della nostra conoscenza è paragonabile a un iceberg.

Ciò che si vede nelle normali attività di linea è una parte per lo più ridotta della totalità di competenze che abbiamo acquisito; scaviamo nella conoscenza tacita, implicita, principalmente in due momenti: in caso di emergenza reale in volo, oppure nelle sessioni al simulatore dove vengono artificialmente proposte delle situazioni particolari, che comunque mai si avvicineranno alla perversità delle situazioni reali.

Quando si parla di presupposti epistemologici del volo, si vuole indicare l’insieme delle fonti di conoscenza  cui attingiamo ogni volta che andiamo in volo:

  • la conoscenza teorica,
  • l’esperienza,
  • i dati del singolo volo.

Sempre per fare un parallelo con l’arte medica, queste fonti, per il medico, sono:

  • il sapere acquisito nel percorso di formazione all’università (libri, lezioni,  pubblicazioni specializzate,  convegni, riviste di settore, etc.),
  • l’esperienza maturata nella propria attività (dal tirocinio in poi, acquisendo una pratica che comprende anche i propri errori) e, per finire,
  • l’oggetto della propria attività, il singolo paziente, diverso da ogni altro essere umano.

Per quanto riguarda i piloti, la parte teorica è stata enormemente ampliata, attraverso la pubblicazione di nuovi documenti, libri, manuali, dotazione personale di personal computer che fornisce molte informazioni supplementari, comunicati aziendali, etc.

La parte dati di volo (computerized flight plan, previsioni meteo, cartine d’area con immagine satellitare, NOTAMs, MEL, etc.) è stata resa sempre più articolata, dando l’impressione che sia tutto prevedibile e programmabile, dai consumi indicati dal piano di volo alle previsioni meteorologiche.

Gradualmente, si è affermata, inconsapevolmente, una mentalità in cui  l’esperienza è diventata un elemento marginale e quasi naif della nostra professione. Se fosse davvero così, l’ovvia conseguenza che si prospetta è uno scenario in cui tutto è prevedibile e programmabile, restringendo così il perimetro dell’autonomia della nostra professione.

L’esperienza in senso lato, quella che gli inglesi chiamano airmanship, è invece ciò che caratterizza un pilota e lo distingue dal pilota virtuale. È la capacità di muoversi in un ambiente complesso e intrinsecamente mutevole. Proviene dal vissuto, dalle ore di volo, dalla competenza acquisita in volo, memorizzando tutte le discrepanze tra quanto previsto dai dati di volo specifici e la realtà effettiva. È la consapevolezza che esiste uno scarto ineliminabile tra le previsioni e quanto succede realmente in aria, con le sue mille variabili. Ciò che deve fare il pilota, per gli inglesi è “to bridge the gap”.

In qualsiasi professione, come abbiamo visto con la medicina, esiste un patrimonio di conoscenze che viene tramandato attraverso il travaso di competenze all’interno della stessa categoria.

Per quanto riguarda noi, solo un pilota può formare un altro pilota.

In questi anni abbiamo assistito invece ad una tendenza, messa in atto spesso da noi stessi, di banalizzazione delle nostre competenze. Si potrebbe definire una mentalità da “metti in moto e vai”.

(20 gennaio 2010)

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