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L’etica professionale

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La qualità della prestazione lavorativa fornita dal pilota viene erogata grazie al costante auto-addestramento, che affonda le sue radici non solo nelle competenze teoriche, ma si basa anche sull’accumulo di esperienza di volo e su un’assunzione di ruolo fiduciaria.

Assunzione di ruolo fondata sul riconoscimento reciproco, tra azienda e piloti, del senso di responsabilità di questi ultimi, che è stato il vero motore dell’aviazione civile in Italia. Il pilota non è un auto-pilota, né può da questo essere sostituito. Ma c’è molto di più.

Uno dei punti qualificanti della professione è l’etica, che ci permette di auto-reclutarci, auto-addestrarci, auto-controllarci, secondo degli standard sconosciuti alla maggior parte dei lavoratori in Italia.

Dal punto di vista professionale, la nostra etica è molto simile ad un codice cavalleresco.

Un senso del dovere e della propria integrità che sono parti costitutive dell’essere pilota, che svolge, in alcuni casi, la funzione di giudice con il compito di esaminare i propri colleghi, secondo degli standard di sicurezza inderogabili.

Ma anche chi lavora in linea si trova ad applicare la disciplina operativa, intesa non come adesione acritica alle norme di riferimento, ma come interiorizzazione dei razionali che si celano dietro le regole.

Tutto ciò al fine di utilizzarle come elemento imprescindibile per operare al meglio, applicandola e soprattutto facendola applicare. Il referente dell’azienda per un corretto comportamento durante le operazioni di volo è il comandante, che vigila sul rispetto dell’operato dell’equipaggio in adesione alla missione che deve portare a termine.

Così, nessun pilota degno di questo nome, investito dell’autorità di vigilare sull’operato dei colleghi e di verificare l’aderenza allo standard di compagnia, ha mai dato luogo a fenomeni di degrado e di irresponsabilità; lo scarica-barile, sport nazionale, non trova mai applicazione nella ricerca del responsabile ultimo del volo, poiché questo, anche oltre ogni ragionevole misura, è sempre il comandante.

Quando il comandante esaminatore deve verificare l’adeguatezza di un pilota agli standard di compagnia, emerge tangibile il senso di responsabilità e di integrità morale; quante sono le professioni, in Italia, in cui chi valuta si pone la domanda: manderei i miei figli sul tuo aereo?

La consapevolezza che la propria decisione può avere delle conseguenze gravi sul medio-lungo periodo, come un incidente, è un qualcosa che non fa dormire la notte. E in ogni caso, la decisione deve essere attentamente ponderata, poiché è in gioco il destino professionale di un collega che si è impegnato per una vita e che attende di veder riconosciuto il proprio percorso attraverso l’acquisizione della qualifica che rappresenta il coronamento delle proprie legittime aspirazioni.

Dunque, una decisione, come tante con le quali abbiamo a che fare, in cui ci si trova tra Scilla e Cariddi: la sicurezza futura dei passeggeri da una parte e la soddisfazione personale del collega cui ci sentiamo legati da un comune destino professionale.

Inoltre, vi è come in tutti gli esami la sindrome da camice. Già il fatto che ci sia qualcuno seduto sullo strapuntino ad osservarci, altera la prestazione, a causa della tensione che il candidato ha nel gestire delle situazioni con un giudice alle spalle.

Chi valuta dovrebbe fare la tara anche a questo aspetto e capire se eventuali discrepanze con la prestazione di riferimento siano da imputare a timore per l’esame (moltissimi piloti soffrono, in particolare, il simulatore), oppure per lacune addestrative che non sono state colmate.

Non bisogna dimenticare, infatti, che quando un pilota assume la funzione di comando e si trova, da solo con il suo equipaggio, a fronteggiare situazioni, non fa quasi mai riferimento ad eventuali giudizi di persone.

L’ideale sarebbe mettere in cockpit una telecamera per osservare senza essere osservati e non interferire con la prestazione. Ma anche questo, per una serie di motivi, non si può fare.

(18 luglio 2010)

 

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