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Passeggiata per Madrid

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Vengo qui da parecchi anni. Mediamente, una volta ogni due mesi. Anche se ho la faccia del passante distratto, la tengo d’occhio. Già, perché tutti dicono che la Spagna era dieci anni dietro l’Italia. Se fosse vero, ora noi saremmo venti anni davanti l’America. Qualcosa mi fa pensare che non sia così.

È vero, gli spagnoli hanno ripercorso molto del cammino del recente passato italiano, ma con meno casini. Anche loro hanno a che fare con il terrorismo, anche se di tipo diverso e con meno morti. Anche loro hanno avuto i socialisti, ma qualcosa li ha moderati nella loro corsa sfrenata alla corruzione. Anche loro hanno la Chiesa, ma fanno delle leggi che se ne fregano totalmente di cosa dice il Papa. Anche loro hanno la droga, ma non l’appendice mafiosa a livello italiano.

Insomma, sembra che tutti i fenomeni avvengano sempre ad un livello meno drammatico che da noi. Strano, perché a vederli sono molto orgogliosi, molto fieri e lo stereotipo li vuole anche passionali. Non ci sono filosofi pessimisti cosmici (talora comici) alla francese, né brontoloni lamentosi come giornalisti italiani. Il futuro non cercano di prevederlo, ma di costruirlo.

Però, per un osservatore attento, sotto l’apparenza di efficienza, fiducia, prosperità, stanno già nascendo alcuni effetti collaterali dello sviluppo. Non sta scritto in nessuna statistica, né ci sono articoli di giornale, né libri di sociologia a dirlo: è sufficiente una passeggiata per Madrid, perché i fenomeni sociali si leggono negli occhi della gente, non nelle statistiche.

Anche noi abbiamo avuto il boom economico, la Milano da bere (e infatti se la sono bevuta), lo yuppismo legato alla mentalità che tutto è lecito, il debito pubblico che corre per conto suo come se potessimo scaricarlo su Marte. Ma, accompagnato a questi fenomeni macroeconomici e sociali, c’era anche una vita che scorreva per la strada. Milioni di interazioni tra persone che hanno creato un clima sociale che a sua volta ha creato una mentalità dominante. Dice Morin: l’uomo crea le idee, ma le idee formano l’uomo.

Gli spagnoli non hanno un DNA diverso dal nostro. Non hanno una naturale propensione a fare meglio di noi. L’arretratezza in cui sono vissuti, fino a non molto tempo fa, ne è una testimonianza. La Spagna è diventata un posto migliore dell’Italia perché sta ripercorrendo alcuni passi che noi abbiamo già fatto. Dalla fame all’opulenza, alla recessione, alla crisi e così via. Sono percorsi naturali che arrivano, anche se non inevitabilmente, per tutti.

Con la pace, c’è voglia di benessere e si fatica volentieri. Con la fatica arrivano i soldi. Con i soldi ci si rilassa. Con il rilassamento viene meno lo spirito guerriero degli inizi, dove le cose te le devi sudare. Si lascia correre; è meglio il quieto vivere.

E c’è chi ne approfitta. Comincia a mancare la fiducia. Se manca la fiducia ne risente anche l’economia. Arriva una stagnazione che porta crisi economica. Con la crisi arriva anche l’incazzatura, perché non ci sono più le risorse per uscirne fuori. Con l’incazzatura arriva il conflitto. Il clima sociale creato da milioni di facce imbruttite che circolano crea pessimismo, che si riflette sui giornali, che a loro volta riversano, anche su chi è normale, una massa di notizie destabilizzanti.

Allora arrivano il mancato disastro, l’emergenza dell’acqua, il cambiamento climatico con l’inevitabile rapporto scientifico che nel 2020 saremo 40 miliardi di persone e non ci saranno abbastanza raccolti per sfamare tutti.

Ma con un futuro così dove vogliamo andare? Sarebbe come immaginare una religione che prometta a tutti che dopo la morte troveremo solo frustate e secchiate di merda per l’eternità. Sai che allegria la vita.

Ora, non bisogna andare in giro ad occhi chiusi, ma neanche farsi prendere dall’isteria. Anche perché troppe brutte notizie hanno un effetto paralizzante sull’azione e di conseguenza sugli investimenti. Sembra un po’ la profezia che si auto-avvera.

Comunque, negli occhi della gente a Madrid, ho cominciato a vedere i primi segni di quel disinteresse verso il prossimo che non ho mai notato qui in Spagna. È vero che già Madrid è differente da Siviglia, una città che è una meraviglia. Lì, i madrileni vengono chiamati i milanesi di Spagna: lavoro, lavoro, lavoro. Evidentemente, non conoscono Milano. Qui a Madrid c’è una vita che in Italia ci sogniamo.

Però anche da noi, negli anni ’80, c’è stata una rinascita che è durata circa fino al 1989. Oggi, se entri in un supermercato, la cosa migliore che ti può capitare è che la cassiera ti saluti. Di solito è sempre incazzata. In tutti i supermercati è così. Ma che fanno alla cassiera del supermercato?

E alla Posta? Uguale. Chiunque si trovi a contatto con il pubblico, a Roma, pare affetto dalla stessa malattia. Contagiosa. Dopo una giornata trascorsa in mezzo a facce scure, ti viene voglia, se sei di mente debole, di aggrottare le sopracciglia e andare in giro borbottando: il mondo ce l’ha con me.

A Madrid non lo avevo mai notato... oggi sì. Il barista, la giornalaia, il portiere d’albergo. Sono cambiamenti impercettibili, ma continui e in accelerazione. Non mi meraviglierei se Almodovar, che finora ha girato film magnifici, dove la vita straripa, facesse un film sulla mancanza di vitalità della Spagna.

Diciamo, tre anni?

(22 dicembre 2010)

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