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Uno che la sa lunga

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Ho avuto modo di incontrare Gerry Griffin, Flight Director alla NASA, di cui è stato capo della missione spaziale Apollo per diversi lanci, partecipando anche a quella dell’Apollo 13, dove era incaricato di fare atterrare il LEM. Come è noto la missione non arrivò mai a quella fase.

Apollo 13, come tutti sanno per via dell’omonimo film con Tom Hanks, ebbe un’avaria molto seria e fu costretto a rientrare sulla Terra, grazie anche alla perizia del personale addetto al controllo delle missioni. La loro bravura nel portare sani e salvi a casa gli astronauti fu tale da far affibbiare alla loro missione l’appellativo:  “un fallimento di successo”.

Stiamo parlando quindi di una persona con un curriculum lungo quanto la Salerno-Reggio Calabria, con la differenza che questo curriculum avanza più speditamente. Griffin continua, infatti, ad essere chiamato a ricoprire diversi incarichi istituzionali, in virtù della esperienza maturata in un centro di eccellenza nel corso di molti anni.

Quello che è riuscito a comunicarmi è lo spirito che informava l’agenzia spaziale americana ai suoi primordi, il tipo di clima che si respirava, la mentalità votata all’eccellenza, lo spirito di gruppo.

Le missioni spaziali, sono un tipo particolare di volo, per le loro differenze rispetto ai voli svolti nell’atmosfera. Sono infatti caratterizzate da estesi periodi di addestramento pre-missione, lunghi periodi di esposizione al rischio a partire dal lancio, momenti in cui il carico di lavoro è molto intenso. Ovvio che un ambiente dove la velocità raggiunge i diciottomila chilometri orari nella fase acuta del lancio, con accelerazioni di gravità impressionanti, un ambiente che un po’ distante dal primo autogrill, o dal primo pronto soccorso, è di per sé stressante. Le accelerazioni variano durante tutta la permanenza, dalla fase iniziale, in cui i razzi spingono al massimo, alla fase di entrata in orbita, al rientro nell’atmosfera.

È stato bello ascoltare il racconto dell’evoluzione della filosofia dietro le missioni spaziali, nel senso che mandare in orbita una persona (come fecero i russi con Yuri Gagarin) era abbastanza semplice dal punto di vista ingegneristico, poiché bisognava solo dimostrare che si poteva stare nello spazio; che si poteva “soltanto” sopravvivere.

La prima operazione americana fu il Mercury: una specie di V2, un razzo che aveva un piccolissimo abitacolo, evolutosi poi nel Mercury-Atlas, che aveva invece un booster alimentato criogenicamente.

Poi arrivò il progetto Gemini, dove mandarono due persone, che aveva anche lo scopo di testare la convivenza nello spazio di persone che erano sottoposte ad uno stress notevole. Anche questo era un missile intercontinentale, nato con intenti militari, convertito alla missione spaziale.

Il progetto Apollo Saturn, che arrivò sulla Luna, fu il primo razzo sviluppato per le missioni spaziali.

Con lo Space Shuttle ci furono molte variazioni rispetto all’Apollo. È una macchina sofisticata, sia dal punto di vista ingegneristico, sia dei concetti Human Factor utilizzati nella sua progettazione. Vedendolo sulla rampa di lancio, si notano due solid rocket laterali, più fini, che sono uniti ad un grosso razzo sul quale è attaccata la navicella Shuttle. I due razzi esterni servono per il decollo e dopo poco tempo dalla partenza, raggiunta una certa velocità si staccano e tornano a terra. Anzi, nell’Oceano. Qui vengono recuperati dalla Marina Americana per essere riutilizzati nei lanci successivi; il primo esempio di riciclaggio ecologico per le missioni spaziali.

Una volta in orbita, il grosso razzo si stacca anch’esso dalla navicella, ma il suo destino sarà quello di perdersi per sempre nell’Universo, andando ad ingrossare l’esercito di spazzatura cosmica che abbiamo sopra la testa, oltre quella che abbiamo in mezzo ai piedi nelle nostre disastrate città.

La navicella è la novità. Infatti, a differenza dei modelli precedenti, questa navicella può tornare da sola a terra, planando e può essere riutilizzata. Importante ricordare che durante la fase del lancio sono previste delle procedure di emergenza che permettono di tornare a terra, qualora nelle varie fasi di ascesa in orbita, sopraggiunga qualche avaria grave.

La NASA ha individuato una serie di località sparse per il pianeta per effettuare l’atterraggio planato. Uno degli aeroporti prescelti in Europa è Saragozza, ma ce ne sono altri tre o quattro nel mondo che possono accettare lo Shuttle. All’interno della navicella oltre ai piloti, ci sono anche tecnici e scienziati, che comunque vengono addestrati al pilotaggio.

Certo che se uno fa l’ingegnere e, per diventare astronauta gli fanno fare quaranta ore di volo con il Cessna, non è che poi porti lo Shuttle a terra planando sulla pista di Edwards, semmai il comandante dello Shuttle si dovesse sentire male. Anche se è lunga sei chilometri.

Però si sa, gli americani sono forti.

(19 gennaio 2011)

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