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Il pilota pendolare

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A volte, alla radio si sentono delle notizie che aprono un mondo sconosciuto. A me capita di sorprendermi, quando parlano delle rivolte dei pendolari, cioè tutte quelle persone che per scelta propria, o di un’altra persona, devono recarsi a lavorare tutti i giorni in un posto lontano e sconfortante.

Già la destinazione, di per sé, non è proprio un’attrattiva irresistibile, se poi ci mettiamo anche le condizioni di viaggio “molto pittoresche” è facile arrivare a vette di irritazione, che sfociano nelle sporadiche quanto ricorrenti “rivolte dei pendolari”. Durante queste sommosse, la gente si sdraia sui binari, che non sai se vuole essere un atto di resistenza pacifica alla Gandhi, o un modo come l’altro di farla finita, sperando che i freni del Freccia Rossa facciano cilecca.

Altre volte, prendono in ostaggio il capo-stazione, insultandolo per tutto quello che subiscono giornalmente dalle Ferrovie e soprattutto dai datori di lavoro, che se ne fregano se il tuo scompartimento d’estate non ha l’aria condizionata e gli scarafaggi, né se d’inverno l’unica forma di riscaldamento è quella millenaria dell’alito dei passeggeri. Se è così, permettete loro di portarsi il bue e l’asinello.

Una categoria di pendolari non così vessati è quella delle compagnie aeree, che utilizzano l’aereo per recarsi da casa al posto di lavoro. Non è così strano come sembra, vivere a Milano, o Bologna, e lavorare a Roma Un volo da Roma a Milano dura cinquanta minuti, quando dal centro di Roma ad un qualsiasi ufficio, alle otto della mattina, può richiedere anche un’ora e mezza.

Il problema sorge non per la sporcizia del mezzo di locomozione, né per il sistema di riscaldamento, che funziona abbastanza bene, quanto per il fatto che i posti in aereo non sono infiniti. Quindi, scatta una situazione di stress che dipende da quanti prenotati ci sono su quel volo, quanti colleghi stanno prendendo servizio insieme a te e che anzianità hanno. A queste ansie si devono anche aggiungere elementi strutturali del trasporto aereo: che condizioni ci sono a destinazione? L’aereo funziona? Hanno chiuso già l’accettazione dei passeggeri?

Insomma, non è un corso di sopravvivenza, ma poco ci manca. Una partita a scacchi continua con la sorte e con gli addetti che lavorano allo scalo, che sanno di avere il coltello dalla parte del manico e con il comandante, ultimo giudice dell’assegnazione del posto, secondo il suo insindacabile volere.

Provai la sensazione di fare il pendolare, quando portai la famiglia in vacanza in Sardegna. L’aeroporto più vicino era quello di Olbia, che è la base di armamento della Meridiana. Ora, conosco un bel po’ di colleghi che lavorano in quella compagnia, le hostess sono sempre molto gentili, il personale di scalo mi pare molto collaborativo, eppure mi sono trovato a vivere delle situazioni per me molto stressanti.

Innanzitutto, d’estate Olbia è una meta molto ricercata e quindi i voli sono quasi sempre pieni. Il problema è che, giustamente, i dipendenti di quella compagnia hanno la precedenza su tutti gli altri. Perciò, la concorrenza aumenta. Ti presenti al banco accettazione e, con voce tremula alla Massimo Troisi, chiedi: “C’è disponibilità, oggi?”. La risposta arriva sempre con qualche secondo di ritardo per evitare la scarica di adrenalina e di solito passa per un’occhiata veloce al monitor, con aria sconsolata.

Immediatamente, il cervello comincia a lavorare a velocità fotonica per ripianificare un percorso alternativo idoneo ad arrivare a destinazione: “Dunque, se prendo un aereo per Tripoli e da lì per il Cairo, c’è il volo notturno che dovrebbe riportarmi a Roma per le otto di domattina. No, troppo complicato: meglio andare a Vilnius, dove c’è un volo dell’Aeroflot che arriva prima”.

Fortunatamente, non sono dovuto andare così lontano, ma ho dovuto imbarcarmi per Torino e da lì per Roma, mettendoci quindici minuti in più del mio amico che ha preferito pagare uno scafista.

Ogni tanto mia madre mi ricorda che, quando andavo a scuola, la prima frase che pronunciavo al mio risveglio, era: “Cazzo è tardi!!”. Per questo, mi ha sempre chiamato “Trafelman”, cioè colui che arriva sempre trafelato agli appuntamenti.

No, non è una vita che fa per me.

(16 febbraio 2011)

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