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Paura di volare?

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Se avete paura di volare, avete ragione. Perché non dovreste? Quando sentite il comandante che, con voce suadente, vi informa dalla cabina di pilotaggio sull’andamento del volo, venite a conoscenza di una serie di dati che da soli predispongono alla paura.

Che significa che voliamo a trentamila piedi di altezza? Sono più o meno delle novanta leghe sotto i mari?

Che vuol dire che la temperatura esterna è di cinquanta gradi sotto lo zero? Se l’aereo perde improvvisamente l’impianto di pressurizzazione la cabina passeggeri diventerà all’istante una cella frigorifera?

Perché dovrei considerare normale una velocità di novecento chilometri orari, quando sul raccordo anulare il limite è di centodieci?

Stiamo sorvolando l’oceano, con due motori, e dovrei considerare tranquilla l’eventualità di precipitare in mezzo ad una distesa d’acqua fredda, distante non meno di quattro ore dal primo pronto soccorso disponibile?

Insomma, la paura che un passeggero ha di volare non è irrazionale, ma si basa su solide argomentazioni. Né vale dire che l’aereo è il mezzo più sicuro tra tutti i mezzi di trasporto. Se capita qualcosa, non hai il controllo della situazione, non ti accorgi nemmeno che la tua vita sta per finire, ma in una frazione di secondo ti trovi all’altro mondo, senza esserti pentito fino in fondo dei tuoi peccati.

Non è poi che la compagnia aerea ti venga incontro, nel tranquillizzarti; un po’ per alcune affermazioni che paiono paradossali, un po’ per le dimostrazioni che si effettuano all’inizio di ogni volo.

Infatti, non sono pochi quelli che si domandano che utilità possa avere allacciarsi le cinture, quando vai a novecento chilometri orari. È un po’ la stessa obiezione che facevano per i kamikaze giapponesi e cioè: perché indossano il casco?

La dimostrazione iniziale degli equipaggiamenti di emergenza (!) ti ricorda esattamente tutte le situazioni di cui hai giustamente paura. In caso di ammaraggio (ma non andavo da Roma a Bologna, passando per gli Appennini?) il salvagente si trova sotto la poltrona e deve essere indossato immediatamente prima di lasciare l’aereo. Questa potrebbe essere una bella notizia: in caso di ammaraggio, lasceremo l’aereo con le nostre gambe.

Un’altra frase che irrita il passeggero ipocondriaco è: “In caso di depressurizzazione, cadranno le maschere davanti a voi: indossatele e respirate normalmente. L’ossigeno è disponibile anche se il sacchetto non si gonfia”. Normalmente??? Il battito cardiaco sarà già a duecentoventi. Se non si gonfia da solo, lo faccio io con l’iperventilazione.

Infine, due punti a favore di chi ha paura sono i seguenti misteri: il giorno del pilota e la scatola nera.

La prima considerazione è: io sono fatalista e sono anche d’accordo che morirò il giorno che devo morire, cioè trovarmi davanti a quello che chiamano “il tuo giorno”. Ma che c’entro io, se quello è il giorno del pilota?

La seconda considerazione riguarda le misure di sicurezza che parte da una riflessione sulla scatola nera (che in realtà è rossa). L’obiezione ha un presupposto fisico. Se, a seguito di uno schianto che distrugge l’aereo, l’unica parte che rimane integra è la scatola nera, perché non ci costruiscono tutto l’aereo con quel materiale?

Insomma, paurosi sì, ma con giudizio e la conferma di questa tesi mi venne da una passeggera che entrò in cabina di pilotaggio durante l’imbarco, manifestando una fifa blu per il volo che dovevamo effettuare fino ad Alghero. Le chiesi, in tono rassicurante, se avesse paura di volare e lei mi rispose: “Paura di volare no; paura di cadere, si”.

Non aveva tutti i torti, ma quel giorno non era il mio giorno.

(16 marzo 2011)

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