Orso al volante...

Scritto da Pietro Pallini

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Circola in questi giorni in televisione una pubblicità che, nel mio piccolo, trovo talmente diseducativa da stupirmi che a nessuno sia venuto in mente di vietarla. Nello spot in questione si vede un tizio mettersi al volante di una macchina (che è l’oggetto che si vuol promuovere) sbadigliando come un orso svegliato a metà del letargo.


Come è facilmente prevedibile date le premesse, dopo un po’ il capo del tizio comincia a ciondolare e la macchina si sposta verso il centro della strada. Avrete già capito (anche se lo spot non lo avete visto) che a questo punto un perentorio beep beep risveglia l’orso… pardon, l’autista e tutto finisce bene.

Bene? Non direi proprio, perché il messaggio che si trasmette è più o meno questo: fregatene delle tue condizioni psicofisiche, monta in macchina, gira la chiave e vai, tanto c’è l’automatismo a salvarti… che poi lo stato di manutenzione delle strade italiane sia tale da non poter assolutamente garantire la leggibilità della mezzeria, non è affare che riguardi l’orso: la colpa è del sindaco (o dell’ANAS, o del governo), e pace all’anima dell’omino in bici che proprio in quel momento transitava in senso opposto.

Così come non è cosa che riguardi i pubblicitari che partoriscono questo genere di spot il fatto che tutta questa bella tecnologia “intelligente” sia, ahinoi, ancora ben lontana dal garantire sicurezza nelle situazioni più disparate, quelle che ogni giorno un automobilista può trovarsi davanti, e che quindi è diseducativo (oltre che scioccamente sessista) mostrare due ochette giulive che si distraggono transitando davanti a una vetrina, tanto ci pensa la macchina a frenare per non tamponare un camion.

Ma lo spot medio è concepito per vendere l’ultimo ritrovato della scienza e della tecnica al pubblico medio: quello che, per intenderci, è convinto che i piloti di un aereo non facciano niente, perché... tanto oggi il pilota automatico e il computer di bordo pensano a tutto loro, no?

E invece proprio chi, come un pilota di discreta esperienza, ha avuto per anni l’opportunità di avere a che fare quasi quotidianamente con livelli di automazione al confronto dei quali l’auto che-frena-da-sé e quella che-non-va-contromano sono ancora giochetti da bambini sa bene che da certe false sicurezze indotte dal progresso tecnologico occorre diffidare profondamente.

Ai piloti l’esperienza ha insegnato giorno dopo giorno che alla macchina (e ai suoi automatismi mirabolanti) bisogna essere sempre in grado di potersi sostituire nel classico “batter d’occhi”, e che il modo migliore di farlo è, come dicono gli anglosassoni, fly five minutes ahead: volare cinque minuti davanti all’aereo, e cioè anticipare il più possibile le situazioni per essere pronti a subentrare agli automatismi.

E tenete presente che quel “batter d’occhi”, è comunque il tempo che passa tra quando vi accorgete che la macchina si sta spostando nell’altra corsia, che il lane assist (mi sembra si chiami così) non interviene, e che c’è un omino in bici proprio davanti al cofano. Ed è tutto tempo sprecato: è quel paio di centesimi di secondo che può bastare all’omino in bici per finire sotto alle intelligentissime ruote della vostra intelligentissima automobile.

Figuriamoci poi se c’è anche da aspettare che l’orso si risvegli dal letargo...

(14 maggio 2018)