Se il virus prende l'aereo...

Scritto da Pietro Pallini

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La diffusione delle malattie virali e batteriche è, come ben sa chi si occupa di epidemiologia, in gran parte dovuta allo stile di vita e alle abitudini della popolazione, e tra i fattori che maggiormente sono cambiati negli ultimi decenni c'è la mobilità degli individui.


Le ricorrenti pestilenze che hanno funestato la nostra storia passata "viaggiavano”, se così possiamo dire, a passo d'uomo (o al massimo a ritmo di galoppo) e la loro pericolosità derivava essenzialmente dal fatto che ancora non si conoscevano rimedi appropriati. Oggi, nonostante i rimedi nella maggior parte dei casi ci siano, a rendere pericolosi virus e batteri c'è anche la velocità con la quale, grazie soprattutto al mezzo aereo, essi si possono spostare.

Basta un banale ragionamento per rendersene conto: provate a immaginare quanti posti del mondo possa avere visitato un navigante durante il periodo di incubazione e di probabile contagio di una banale influenza, aggiungeteci il numero di persone con le quali è entrato in contatto, e pensate alla rete di relazioni sociali di ognuna di queste persone.

A completare il quadro, proviamo ora ad immaginare non una banale influenza, ma un infezione virale con un elevato tasso di mortalità, con un periodo di incubazione relativamente lungo (fino a tre settimane), e con una contagiosità presente fin dai primi sintomi che, ahinoi, sono pericolosamente simili a quelli, appunto, di una banale influenza.

E' questo il tipo di ragionamento che ha spinto una compagnia americana, Frontier Airlines, a rimuovere dal servizio un aereo, porlo in quarantena e disinfestarlo, e a contattare i quasi mille passeggeri che su quell'aereo avevano viaggiato, in compagnia (e nei voli immediatamente successivi) di una persona poi risultata positiva al test per il tristemente noto Ebola-virus.

A mali estremi, come si usa dire, estremi rimedi, ma non è senz'altro il caso di abbandonarsi a facili allarmismi, anche perché il sistema “trasporto aereo” è già da tempo sensibilizzato in proposito, e ha fin qui dimostrato di saper reagire a situazioni di rischio legate alla diffusione di malattie insidiose come la SARS o l'influenza aviaria.

Le risorse messe in campo sono di diverso tipo. Tanto per cominciare, provvedimento immediatamente visibile anche al comune passeggero, c'è il cosiddetto screening aeroportuale, che nelle ultime settimane è stato progressivamente messo in azione negli aeroporti intercontinentali che accolgono traffico proveniente dalle zone maggiormente colpite dall'epidemia. Si tratta, in parole povere, di una serie di varchi equipaggiati di rilevatori di temperatura corporea attraverso i quali transitano i passeggeri subito dopo lo sbarco.

Valori anomali di temperatura causano l'intervento di personale medico specializzato che provvede a isolare e sottoporre ad ulteriori controlli il potenziale “untore”. Il metodo, anche a detta del CDC (Center for Desease Control) americano necessita per forza di cose di una messa a punto “mirata” in relazione al tipo di contagio da affrontare. Non è un caso che la soglia di allarme per l'Ebola-virus, inizialmente fissata sulla temperatura di 38.6, sia quasi subito stata abbassata a 38.0, e se ne preveda un ulteriore abbassamento, anche in considerazione del fatto che la passeggera del volo Frontier Airlines in seguito risultata positiva, avesse in realtà registrato febbre intorno ai 37.5.

Uno dei grossi vantaggi del sistema è dato dalla discrezione nella quale gli interventi avvengono, il che, oltre a rispettare la privacy dei singoli, evita inutili allarmismi. Questo tipo di cordone sanitario ha dato buoni risultati nei sopracitati casi di SARS e aviaria, soprattutto laddove si è provveduto a installare le apparecchiature di screening anche negli aeroporti di partenza... cosa, quest'ultima, non sempre possibile per evidenti ragioni socio-economiche.

Questo lascia aperto il problema di chi, passeggero o membro di equipaggio, si trova a condividere il ristretto spazio della cabina di un aereo con soggetti malati, o ritenuti tali. E magari, nell'espletamento delle sue funzioni professionali, a questi soggetti debba anche prestare aiuto e soccorso.

Come è lecito aspettarsi però, esattamente come una avaria tecnica prevede una risposta alla quale i piloti sono addestrati, anche per il rischio biologico esistono equipaggiamenti, addestramento e modalità di intervento prestabilite, alle quali l'equipaggio si attiene per minimizzare i pericoli per la propria e l'altrui salute...

(19 ottobre 2014)